domenica 11 maggio 2014

A nostra insaputa. Promemoria sulla cessione di sovranità (a proposito di elezioni europee)

Nella foto l'Europa, trasportata da mani amiche, verso il futuro
Uno degli argomenti di cui si dibatte da anni, in particolare in questi anni di crisi, è quello della famosa "cessione di sovranità" degli stati nazionali in favore dell'Unione europea. E' un argomento che solleva sempre polemiche e che è comune a tutto lo spettro politico: dall'estrema destra all'estrema sinistra.
La faccenda è abbastanza complessa ma, tagliando con l'accetta, possiamo dire che, indipendentemente dal colore politico di chi di queste cose discute, in campo ci sono tre posizioni.  
La prima è quella europeista a tutti i costi. Questa posizione (ufficialmente) considera il processo di unificazione europea, monetario economico e politico, non solo ineluttabile ma necessario e questo poiché i singoli stati europei non sono in grado di reggere le sfide di potenze - emergenti e non - come la Cina, la Russia, gli stessi Stati uniti. In questo senso l'unica possibilità che hanno gli stati nazionali di sopravvivere alle nuove sfide globali è quella di "unificarsi" in qualcosa di simile ad una Federazione o Confederazione.
Costi quel che costi.
La seconda posizione è espressa da quanti condividono la necessità di una Unione europea che diventi anche politica ma non sono disposti al "costi quel che costi". Questi mettono in campo una serie di distinguo che ruotano essenzialmente attorno a due elementi: il primo è la questione della "rappresentatività" politica (di fatto inesistente nelle istituzioni europee che contano, cioè la Commissione e il Consiglio) e il secondo è che l'attuale linea politica ed economica dell'Unione è troppo spostata a destra, cioè troppo "liberista" e troppo permeabile a gruppi di pressione di origine industriale/bancario/finanziaria incontrollabili ed incontrollati. A questi due elementi, recentemente, se n'è aggiunto un terzo. Ovvero la decisiva e spropositata influenza che ha nelle decisioni della Commissione e della BCE la "locomotiva d'Europa", cioè la Germania.
La terza posizione è quella che nega ogni legittimità ad un processo di unificazione europea nel nome delle identità nazionali, delle differenze etnico-linguistiche, degli interessi "nazionali", ecc. Per costoro l'Europa è uno spazio geografico in cui tutti condividono molto ma quel molto non è sufficiente, ne mai lo sarà, per rendere l'Europa uno Stato.
Queste tre posizioni in linea di massima sono riconducibili anche a partiti politici ma di fatto sono trasversali e ogni formazione ha al suo interno, più o meno in evidenza, esponenti e militanti che si rifanno alle tre posizioni prima evidenziate.
Ora, indipendentemente da come la si pensi sulla questione (io, lo dico per chiarezza, mi rifaccio alla seconda posizione) forse è poco noto o per nulla noto che la posizione dell'europeismo "costi quel che costi" è una posizione che in Italia è stata costituzionalizzata.
Cioè non è, teoricamente, neppure materia di discussione.
Non lo è (o non dovrebbe esserlo) per diversi motivi, ma uno in particolare: nel 2001 si votò attraverso un referendum proprio sulla questione della cessione di sovranità in favore dell'Unione europea. E il risultato di quel referendum fu che l'europeismo vinse. Vero è che i votanti furono appena il 35% degli aventi diritto, ma è altrettanto vero che in una democrazia decide chi vota, non chi si astiene.
Il referendum cui mi riferisco, per chi ancora non avesse afferrato, è quello del 2001 sulla riforma costituzionale del Titolo V della Costituzione. Quella riforma, voluta ed approvata dal Centrosinistra che governò dal 1996 al 2001, per cercare di frenare il "pericolo" leghista/indipendentista e berlusconiano/populista aveva due parole d'ordine: federalismo e devoluzione. La riforma ridisegnava le competenze tra Stato, Regioni, Province e Aree metropolitane nel senso di un maggiore decentramento del potere centrale.
Senonché, in mezzo ad un mare di parole, un articolo fondamentale si apriva con un incipit che nulla c'entrava con la questione federalista/devoluzionista e che ha consentito, un decennio dopo, di riprendere il discorso con la riforma costituzionale del "pareggio di bilancio".
Cito di seguito il primo comma dell'articolo in questione.

"Art. 117
La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonchè dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali."


Come si capisce bene la frase costituzionalizzata prevede - a questo punto - quattro fonti legislative primarie: il Parlamento nazionale, i Consigli regionali, l'Unione europea (l'"ordinamento comunitario") e i non meglio identificati "obblighi internazionali" (che potrebbero essere i Trattati internazionali, ma questo si sapeva, o meglio ancora gli accordi fatti dall'Italia in sede di istituzioni internazionali vincolanti, per esempio, in sede Nato).
Dovrebbe essere abbastanza chiaro che l'includere tra le fonti di diritto interno anche "i vincoli derivanti" da legislazioni/normative/accordi non interni è una cessione di sovranità a tutti gli effetti.
È opportuno segnalare - en passant - che artefici principali di quella riforma costituzionale sono stati gli ultimi due governi della XIII legislatura e cioè il Governo D'Alema II e il Governo Amato II entrambi sostenuti dalla stessa maggioranza e cioè: Democratici di Sinistra, Partito Popolare Italiano, Verdi, Partito dei Comunisti Italiani, Socialisti Democratici Italiani e altre formazioni politiche (per modo di dire) con nomi variopinti.

Una volta aperta la breccia nella Costituzione, in fatto di cessione di sovranità, è venuto assai semplice al governo del salvatore della Patria, Mario Monti, nell'aprile del 2012, e a tempo di record, allargare la breccia fino a farla diventare una vera e propria porta spalancata. Erano tempi di "emergenza nazionale" e tutti i partiti (Pd, Pdl e ogni altra sorta di formazione) non avevano altra fregola che cambiare la Costituzione secondo il dettatino della Banca Centrale Europea.
La Legge costituzionale del 2012 che introduce il pareggio di bilancio in Costituzione, infatti, rincara la dose.
Ecco altri tre articoli modificati (cito solo il primo comma).

Art. 81
"Lo Stato assicura l'equilibrio tra le  entrate  e  le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e  delle fasi favorevoli del ciclo economico."


Art. 97
"Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l'ordinamento dell'Unione europea, assicurano l'equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico."


Art. 119
"I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell'equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l'osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea".


Gli articoli 97 e 119 hanno più propriamente una dimensione economica e finanziaria rispetto all'articolo 117, ma di certo il continuo rimando all'"ordinamento europeo" non lascia dubbi circa le finalità delle modifiche costituzionali.

E' del tutto evidente, mi pare, che il primo comma dell'articolo 117 nel referendum del 2001 non fu neppure preso in considerazione nella campagna referendaria dell'epoca, basando questa soltanto sulla questione del federalismo e, ancora di più, sull'ennesimo referendum pro o contro l'alleanza Berlusconi/Lega nord. Pochi, credo, ebbero contezza di cosa si stava votando (devoluzione compresa) e pochissimi manifestarono dubbi circa la necessità di costituzionalizzare, fra le fonti del diritto interno, anche l'"ordinamento europeo" e gli "obblighi internazionali".
Ora la questione che si pone è: perché il centrosinistra decise che la Costituzione italiana dovesse avere un preciso e inequivocabile riferimento alla produzione legislativa europea? Che idea aveva e ha di questa Europa, di questa Unione europea per meglio dire?
Perché il problema è proprio questo.
Posto che ciascun paese dell'Unione ha quale tratto caratterizzante la democraticità (sono cioé sistemi elettivi con poteri dello Stato bilanciati e consentono strumenti di controllo/partecipazione da parte dei cittadini sulla politica dignitosamente funzionanti, ecc.) si è proprio certi che questa Unione abbia le caratteristiche di un sistema democratico? Che gli elettori europei possano davvero incidere sulle decisioni della Commissione e dei vari Consigli?
Le obiezioni su questo punto sono  numerose e di certo non campate in aria.
Molti dicono, e io sono di questa opinione, che l'intera architettura europea, a rigore, non è democratica. Non lo è per gli scarsissimi poteri che ha il Parlamento, non lo è perché Commissione e Consiglio sono organi con poteri grandissimi espressione di governi e non diretta emanazione del Parlamento e/o dell'elettorato e non lo è perché il controllo che possono esercitare i cittadini sugli organi legislativi è pressocché nullo.
Se così stanno le cose questa cessione di sovranità che l'Italia ha costituzionalizzato ha i requisiti di costituzionalità?
È, cioè, coerente con i principi ispiratori della nostra Carta?
Perché un conto è ratificare direttive europee in Parlamento più o meno liberamente, un altro conto è prevedere che la potestà legislativa è vincolata dall'ordinamento europeo. Soprattutto se si tiene conto che una vasta parte della produzione legislativa di ogni singolo paese dell'Unione è ormai largamente influenzata dalle normative europee in tutti i settori nei quali l'UE ha competenza e che sono decisivi (commercio, agricoltura, sistema bancario, ecc.).
Di fatto la stragrande maggioranza dei cittadini italiani (sondaggi alla mano) non ha neppure idea di cosa è l'Unione europea, come è fatta, cosa decide, chi decide cosa, come e quando. Chi ha qualche conoscenza in più pensa si tratti di un Ente che finanzia la formazione giovanile o i parcheggi nelle città. Chi eccelle nella conoscenza sa addirittura che la sede del Parlamento è a Bruxelles (o forse a Strasburgo) e chi è un esperto della materia conosce nientepocodimeno che il nome del Presidente della Commissione.

Stando così le cose è del tutto evidente che non si parli né dell'art. 117 della Costituzione, né se è possibile cambiare lo stato delle cose in Europa. Al massimo, qualcuno (Renzi per esempio) ci racconta che gli impegni europei vanno onorati ma vanno anche cambiati. Naturalmente si riferisce alla questione dell'austerità, non certo all'architettura di questa istituzione.
Possibile che questioni di tale portata non siano nemmeno prese in considerazione in questa campagna elettorale?
Possibile, naturalmente. Anzi necessario, perché nei sistemi democratici le campagne elettorali sono fatte per le masse e alle masse si parla con slogan ad effetto. Sono finiti i tempi i cui i partiti, nelle sezioni, discutevano di politica e di progetti futuri. Oggi si vive alla giornata e delegando tutto agli "esperti" (di norma economisti o sedicenti tali) oppure ai "politici" (categoria ormai risolutrice di ogni problema o fautrice di ogni problema) cui si chiede, ma solo in periodo di crisi e solo dopo licenziamento, a gran voce "Lavoro!!!".
Dunque dobbiamo accontentarci di vivere questa campagna elettorale con la domanda "vince Grillo o vince Renzi?" Oppure chiederci oziosamente se è meglio uscire o restare nel'Euro.
Salvo poi assistere ad infuocati dibattiti (a suon di slogan) in Tv sulla questione della "cessione di sovranità".
Troppo tardi. Già fatto.
La sovranità è ceduta e, come direbbe l'ormai mitico Scajola, a nostra insaputa.

sabato 26 aprile 2014

Grillo, il Pci, il "sorpasso" e la storia che si ripete.


Nella foto: Marx in un riuscito travestimento di Grillo
Pare che quasi tutti i sondaggi elettorali (riferiti alle elezioni europee) in questi 
giorni certifichino un sostanziale assestamento del Pd intorno al 30-32%, una crescita del M5S (adesso tra il 24 e il 27%) e un drastico ridimensionamento di Forza Italia (oggi tra il 17 e il 20%).
Al solito tutti gli altri partiti hanno variazioni molto alte (nel tempo e a seconda dell'Istituto di sondaggi che effettua l'indagine) ma tutti non raggiungono, in nessun caso, consensi a due cifre. Siccome manca ancora un mese alle elezioni, di cose ne possono capitare tante e l'unico sondaggio che avrà valore e certezza sarà il risultato finale delle consultazioni, ovviamente.
Ciononostante, ormai la tendenza generale sembra consolidata: è una corsa a tre. E in questa corsa uno dei corridori ha un obiettivo chiaro, ed è quello di scalzare dal primo posto il Pd. A questo punta il movimento di Grillo e, dopotutto, è anche una cosa fattibile. Cinque punti di differenza possono anche essere conquistati se si fa una campagna elettorale in cui il leader si spende e si spande come ha già fatto lo scorso anno ottenendo risultati del tutto sorprendenti.
Il fatto è che, paradossalmente, una "vittoria" di Grillo alle europee (cioè a dire il "sorpasso" del Movimento sul partito di Renzi) l'unico risultato serio che otterrebbe, in termini di politica nazionale, sarebbe quello di obbligare il Pd, e i suoi attuali alleati di governo, a un nuovo accordo - stavolta ancora più stringente di quello del Nazareno - con il partito di Berlusconi. Di fatto è del tutto plausibile che Forza Italia - a seguito di elezioni in cui il M5S diventi il primo o il secondo partito con distacco minimo dal Pd - entri nella maggioranza e dismetta i panni dell'opposizione.
Il perché di questo paradosso è presto detto.
Renzi e Berlusconi (e Napolitano primo fra tutti) non vogliono elezioni anticipate né ora né tra un anno; specie con la legge elettorale, di fatto proporzionale pura, attualmente in vigore dopo le modifiche effettuale dalla Corte Costituzionale. E non vogliono andarci neppure con l'Italicum - ammesso che si approvi definitivamente - poiché il rischio che Berlusconi abbia una rappresentanza parlamentare ridicola è un deterrente potentissimo per lui (e anche per Renzi). Soprattutto non vogliono elezioni anticipate fino a che la "bomba" grillina non sia disinnescata. E per disinnescarla ci vuole tempo.
Per un altro verso Renzi ha in cantiere una serie di "riforme" (costituzionali e di vario genere, che Napolitano non vede l'ora di promulgare) cui ha legato definitivamente il suo nome. Queste sono prodromiche al suo futuro politico di leader incontrastato e sa benissimo che sono fattibili solo con l'aiuto di Berlusconi. Senza Berlusconi niente futuro politico: Renzi verrebbe divorato da Grillo e ancora prima dal suo stesso partito.
I due sono legati a filo doppio, come si vede, e nessuno dei due lavora contro l'altro, anzi lavorano assieme per contenere il grillismo dilagante a dispetto delle polemichette giornaliere che li coinvolgono.
In ogni caso anche se il M5S restasse, come è nei sondaggi, soltanto il secondo partito non cambierebbe nulla: fa paura lo stesso e ne fa tanta. Il Movimento, malgrado la novità Renzi e malgrado le polemiche che lo accompagnano dal giorno dopo le elezioni del 2013 (il mancato appoggio a Bersani, le ridicole questioni sugli "scontrini" da rimborsare, le ambivalenti posizioni sull'immigrazione, le esplusioni/dimissioni di diversi parlamentari, le presunte posizioni razziste/antisemite, ecc. ecc.)  non solo non dà alcun segno di ridimensionamento ma, anzi, sondaggi alla mano, dà segni contrari: di espansione.
In queste condizioni l'unica cosa da fare, per Renzi, Berlusconi e Napolitano, è allungare il brodo, temporeggiare e mandare avanti con più lena di prima le famose (o famigerate) "riforme".
Il risultato delle elezioni europee, come noto, infatti non modifica manco di una virgola le forze in gioco nel Parlamento italiano e le "riforme" si fanno là dentro non in quello europeo.
Pertanto, superata la prima settimana di entusiasmo da parte dei grillini che ci inonderanno di grida al complotto contro di loro e di tradimento di Napolitano che non scioglierà le camere a seguito della loro affermazione, Renzi, Berlusconi e Napolitano torneranno, con maggiore e più convinta azione, al gran lavorio sulle "necessarie riforme per ammodernare il Paese".
Il processo subirà una accelerazione ancora maggiore di quella ricevuta dall'avvento di Renzi al governo e qualcuno vivrà felice e contento e qualche altro no. Fra tre o quattro anni ci si rivede alle urne per le elezioni politiche italiane.
D'altra parte qualcosa del genere è già successo. Nel 1984 il Pci - aiutato anche dalla drammatica morte di Berlinguer - vinse le elezioni europee con il famoso "sorpasso" sulla Dc.
A parte il comprensibile entusiasmo di tanti militanti che si misero pure le mutande rosse come fosse capodanno (salvo poi diventare liberisti qualche anno dopo), tutto andò come prima, anzi meglio di prima, per il Pentapartito guidato da Craxi. Tanto per dire: il governo Craxi in quello stesso anno tagliò di tre punti la contingenza (elemento su cui si innestò la successiva abrogazione della scala mobile), il Pci perse il referendum per l'abrogazione del taglio dei tre punti di contingenza, Craxi stesso rimase Capo del governo per altri tre anni e il Pentapartito sopravvisse al "sorpasso" per altri otto.
La storia si ripete due volte diceva Hegel. Marx aggiunse che la prima volta è tragedia e la seconda è farsa.
E' per questo che il M5S è guidato, avvedutamente, da un comico.


domenica 2 marzo 2014

Nuove guerre fredde e calde. Ovvero: passare dall'internazionalismo al nazionalismo e mettere paura al popolo del web.

Pare che sia dura per l'Europa e Obama (quello che spiava l'Unione europea h24 e perfino i suoi leader più cretini, tipo Zapatero) accettare un dato di fatto. E cioè che il mondo è un poco diverso da come loro lo immaginavano venti e passa anni fa, quando cadde il muro di Berlino.
A quei tempi, gli ameroeuropei, s'erano convinti che l'autodisintegrazione dell'Urss (inaspettata e sorprendente) fosse la certificazione di due cose: che il capitalismo non avesse alcun altro concorrente ideologico e politico di cui preoccuparsi e che l'egemonia culturale ed economica ameroeuropea si accompagnasse automaticamente a quella più importante: l'egemonia militare.

Ora, sul primo punto non c'è discussione: è così.
Nella foto, popolazione non ancora completamente globalizzata
Non c'è angolo del globo terracqueo (con l'eccezione di qualche fortunata tribù amazzoniana) in cui il capitalismo - nelle sue varianti (temperato, rapinatore, di stato) - non abbia trionfato portandosi appresso anche l'egemonia culturale americana (il mitico "american way of life").
La "globalizzazione", da questo punto di vista è totale e, credo, irreversibile.

Sulla seconda questione, l'egemonia militare, non è per nulla così.
Il ruolo ameroeuropeo di dominio mondiale ha certo conosciuto, nei primi quindici anni dalla fine del bipolarimo sovietico-americano, una avanzata praticamente irrefrenabile specie in Europa dove quasi tutto l'est, per cinquanta anni comunista o qualcosa del genere, nel giro di poco tempo s'è trasformato in avamposto ameroeuropeo. A volte pacificamente, altre volte con guerre civili sanguinosissime (vedi alla voce Jugoslavia).
Da qualche anno, però, la situazione è radicalmente cambiata. L'idea prevalente ai tempi di Bush del New World Order, cioè la trasformazione del mondo in un protettorato americano, s'è scontrata con una resistenza per nulla morbida da parte di due soggetti che si credevano inoffensivi o comunque controllabili: la Cina e la Russia.
Questi due Stati, benché ben lieti di partecipare al grande banchetto della Globalizzazione apparecchiato a suo tempo e altrettanto ben lieti di avere un capitalismo più o meno controllato dal partito-stato che li sta rendendo assai ricchi e potenti, non hanno alcuna intenzione di essere trattati da ospiti: hanno intenzione di essere trattati da padroni. Tanto quanto gli Usa (e la sua appendice europea). Pertanto l'idea che gli si possa pestare i piedi in continuazione e fare finta di niente invece che chiedere scusa e non farlo mai più, non fa per loro.
Un esempio recente tra i tanti che possono farsi, eclatante e ormai dimenticato, è dato dalla crisi siriana dell'estate scorsa. Alla notizia (falsa) che Assad avesse gasato mezza Damasco gli ameroeuropei risposero che Assad doveva essere eliminato e accesero i motori di navi e di aerei da guerra perché, dicevano, un crimine del genere non poteva restare impunito. Il tono minaccioso durò qualche settimana, giusto il tempo di scoprire che in Siria, a Tartus, c'era l'unica base militare russa fuori dal suo territorio e che i russi erano pronti a bombardare gli ameroeuropei se avessero continuato a sparare cazzatine.
Il risultato è stato, come noto, che Assad è ancora al suo posto. E pure la base russa nel mediterraneo.

Già questo dovrebbe dare l'idea che i bei tempi per gli ameroeuropei del prendersi tutto e lasciare agli altri solo qualche briciola, erano tristememente passati. E che era un pericolosissimo azzardo continuare a giocare al risiko fomentando gruppi e gruppetti filoamericani in giro per il mondo in tutte quelle zone dove, volenti o nolenti, c'erano già altri insediati coi loro interessi.
Perché questo azzardo ha come conseguenze due cose: da un lato il rischio, serio, che qualche sconsiderato prema per primo il grilletto e inneschi una qualche catastrofe nucleare e un altro, non meno pericoloso, che è quello di incoraggiare Russia e Cina a fare allo stesso modo: cioè a fomentare dove è possibile fomentare e installarsi dove è possibile installarsi col rischio, ancora una volta serissimo, che, a forza di giocare col fuoco, ci si bruci. Tanto per dire: è di qualche giorno fa la notizia che il Ministro degli esteri russo ha fatto un bel tour in giro per il mondo alla ricerca di alleati con i quali contrattare basi militari e navali. E questo giro ha avuto come interlocutori non pochi leader latino americani che, da un poco di tempo, ne hanno le scatole piene degli statunitensi (vedi qua).
Il fatto è che le cose sono cambiate, che ormai il mondo è ridiventato multipolare e che questo multipolarismo sa tanto di vecchio e di dejà vù.
La Russia non è più comunista e internazionalista ma nazionalista, così come la Cina. E gli Stati uniti.
Non ci sono più ideologie dietro la spartizione del mondo, neppure per finta.
Ci sono interessi economici e militari chiari con l'aggravante di una rinascita vigorosissima del nazionalismo che gioca il ruolo del collante per le popolazioni dei nuovi imperi.
Proprio come accadeva ai tempi - poco gloriosi - degli imperi spagnolo, francese e inglese che hanno stravolto il mondo per qualche secolo e, di tanto in tanto, si facevano la guerra  (direttamente o per interposta persona) reciprocamente - in un mutevole ma costante gioco di alleanze - ogni qualvolta era necessario per salvaguardare i propri interessi economici.

Questa fase della politica internazionale, e la crisi ucraina ne è l'ennesima dimostrazione, pare un misto tra il Gioco dell'oca e il Risiko: finita l'epoca delle guerre fredde (e calde) ideologiche si è tornati alla casella di partenza cioè alle guerre fredde (e calde) nel nome del supremo interesse nazionale dei paesi che adesso hanno preso il posto della Spagna, della Francia e dell'Inghilterra.
Solo che adesso, a differenza di qualche tempo fa, ci sono le armi nucleari. Che sono, notoriamente, un pochetto più pericolose delle armi cosidette convenzionali.
Ragione vorrebbe, pertanto, che ci si desse una bella calmata, soprattutto da parte degli ameroeuropei che hanno tutta questa fregola di occupare l'occupabile. E, realisticamente, cominciassero a discutere sul come mettersi d'accordo con i nuovi (si fa per dire) arrivati.
Tanto, alla fin fine, di roba da mangiare ce n'è ancora, di popoli da spolpare ancora tanti e di danno da fare, distruggendo ogni cosa animata e inanimata sul pianeta grazie alle magnificenze di un capitalismo senza freni, ancora tantissimo.
Tutto questo si può fare tranquillamente in silenzio e appartati in qualche grand hotel, senza bisogno di fare tutto questo casino e impaurire il "popolo del web" che, giustamente, sta sul web per i siti porno e condividere su Facebook le foto delle vacanze non certo per interessarsi di politica internazionale.

venerdì 31 gennaio 2014

Il PUPU, lo SPUTO e le "Grandi Riforme": one people, one state, one president.


http://maurobiani.it/

Il PUPU, Partito Unico del Pensiero Unico (cioè il Piddì e tutto quello che è alla sua destra, alla sua sinistra e al suo centro ad esclusione di un gruppetto di giovini ribaldi con le idee un poco confuse) continua la sua avanzata travolgendo uomini e cose verso la meta finale: lo Stato del Pensiero Unico Taumaturgico Onniscente (SPUTO).
La meta è a pochi passi e si tratta ormai soltanto di formalizzare una situazione di fatto.
La società europea, e quella italiana non fa eccezione, è infatti una società politicamente divisa in due parti: una - maggioritaria - che ha accettato in toto o in larga parte il Pensiero unico dominante (liberista in economia, atlantista in politica estera, formalmente democratico nella sua ispirazione ma di fatto oligarchico e antidemocratico) e un'altra parte - minoritaria - variopinta, frammentata e raccogliticcia che ha dentro di tutto: neofascisti, nazionalisti patriottardi, comunisti di ogni ordine e grado, grillini e, insomma, tutto quello che in qualche modo - e a suo modo - si oppone al Pensiero unico.

Il modello di riferimento

Il modello ispiratore dello SPUTO è, naturalmente, la patria della democrazia moderna, cioè gli USA. Uno stato dove l'elettorato attivo è una minoranza della popolazione avente diritto, dove vige il bipartitismo perfetto, dove un parlamento di qualche centinaio di persone legifera nel nome di una popolazione di centinaia di milioni di individui e dove un governo iperdecisionista affronta qualunque tema e argomento dello scibile umano attraverso la figura del Presidente dell'Unione: una specie di autocrate con poteri pressocché illimitati e largamente dipendente da una moltitudine di gruppi di pressione industriali, militari e bancari.
Il bipartitismo perfetto statunitense ha due caratteristiche essenziali. La prima è quella di essere un bipartitismo del tutto formale: le politiche economiche, quelle sociali e la politica estera dei due partiti (Repubblicano e Democratico) sono, infatti, pressocché identiche da almeno un quarantennio. La seconda è che questi due partiti esistono non perché la popolazione elettorale abbia deciso così, ma perché il sistema elettorale è confezionato per evitare che altri partiti possano nascere.
Il modello dello SPUTO Usa esercita, in Italia ma non solo in Italia, un fascino straordinario e una irresistibile attrazione. Per vari motivi.
Il primo motivo è quello che si tratta di un modello semplificatore che funziona: a fronte di una società complessa e magmatica ("liquida" per dirla con Bauman) c'è un potere politico solido, ideologicamente compatto e rapido nelle decisioni.
Il secondo motivo è che lo SPUTO mantiene la forma democratica (e anche la sostanza in qualche caso, esempio i diritti umani) e l'idea della rappresentanza pur riducendo al minimo le due cose.
Il terzo motivo è che è facile da capire per una massa elettorale sempre meno interessata alla politica e sempre più attratta, per esempio, dai social network: si capisce subito chi comanda (almeno apparentemente) ed è facile alzare, all'occorrenza, il dito indice per indicare il capro espiatorio o battere le mani per acclamare il salvatore della patria.
Questi motivi stanno alla base di una idea molto forte che ha fatto presa presso tutti i partiti che abbracciano l'ideologia del Pensiero Unico: l'idea è quella che una società moderna complessa può essere governata solo con un deficit di democrazia e di rappresentanza. Cioè attraverso una struttura istituzionale focalizzata sul potere esecutivo che deve essere rapido ed efficiente nelle decisioni, abbassare al minimo (l'optimun è lo zero assoluto) le conflittualità dentro gli organi istituzionali e garantire la continuità delle politiche fondamentali del Pensiero Unico indipendentemente dal cambio di maggioranze elettorali.

Un modello bello.

In Europa, per ragioni storiche e politiche, questo modello è pressocché ormai stabilizzato in tutti i paesi maggiori; manca all'appello l'Italia, come tutti i suoi abitanti, ritardataria per definizione.
L'esistenza, nel nostro paese, per circa un cinquantennio, di un potentissimo (elettoralmente e non solo) Partito (sedicente) comunista, a differenza degli altri paesi dove il partito di sinistra era normalmente non comunista ma socialdemocratico (il volto bonario e grassottello del liberismo perfettamente personificato da una nullità come Martin Schulz), ha reso il nostro avanzare verso l'applicazione dello SPUTO lento e zoppicante. Non perché gli ex (sedicenti) comunisti non fossero convinti che fosse la cosa giusta da fare ma perché sembrava una cosa brutta, nel giro di qualche mese, ammainare la bandiera rossa e issare quella a stelle e strisce.
Si è, pertanto, dovuto aspettare qualche annetto. Giusto il tempo che qualche dirigente ed elettore (sedicente) comunista morisse e che si spegnesse la memoria delle feste dell'Unità dove si vendeva il "libretto rosso" di Mao, l'opera omnia dei discorsi del compagno Ceausesco, il "Capitale" versione tascabile e dove ci si commuoveva con la colonna sonora degli Inti Illimani al grido collettivo di "el pueblo unido jamas sera vencido".
Ma non è stato tempo perso, perché, nel frattempo, è venuta a completarsi la trasformazione sociale e politica della popolazione che è divenuta quasi interamente - ed entusiasticamente - liberista-consumista e che ha provato sulla sua pelle l'ebrezza del vento del cambiamento portato dalla caduta del muro di Berlino e, più precisamente e recentemente, le gioie della tv LCD, dell'iphone a rate, dei viaggi low cost prenotati su Internet e, insomma, di tutto quel ben di dio che è il capitalismo moderno.
Una società in movimento (come si dice), terziarizzata e frammentata socialmente ed economicamente, col "popolo delle partite Iva", con un sindacato sempre più in difesa, con un numero divertente di figure contrattuali finto autonome o finto salariate (dipende dai punti di vista) ma con una unica idea fissa in testa: il mondo non può essere cambiato, va per conto suo, tanto vale adeguarsi.
La incontenibile potenza di questa idea è stata solo parzialmente (e poco significativamente) ridotta da quasi cinque anni di crisi economica, come dimostra il fatto che alle scorse elezioni politiche il PUPU (Piddì, Piddielle e consorziati più i centristi duri e puri) ha ottenuto quasi il 70% dei voti alla Camera.
A fronte di questa situazione sociale, come si diceva all'inizio, c'era la necessità di adeguare, finalmente, anche l'impianto istituzionale.
Cioè andare dritti verso la forma stato SPUTO: bipartismo, centralità dell'esecutivo e marginalizzazione di ogni formazione politica (piccola o grande che sia) oppositrice del Pensiero unico liberista.

Facciamolo anche noi.

L'accelerazione di queste settimane data al processo di riforma dell'ordinamento dello stato italiano da repubblicano, democratico e parlamentare a oligarchico, decisionista e autocratico è, dunque, perfettamente comprensibile e, da un certo punto di vista, ovvio.
La scelta dei tempi è anch'essa assolutamente ottima poiché diffusissima e maggioritaria è ormai divenuta l'idea che i mali di questa Italia in crisi non siano dovuti ad un modello economico sconclusionato basato sul liberismo ma agli sprechi della politica, all'"arretratezza" della legislazione sul lavoro (senza l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, come si è visto, l'Italia ha ritrovato un rinascimento economico grandioso), alla corruzione e ad altre comiche stronzate del genere. Pertanto "ora o mai più" oppure "o si cambia o si muore". Insomma le "Grandi riforme" - come ci ripete con l'insistenza di un pappagallo il presidente di tutti Napolitano - vanno fatte "qui ed ora".
In queste condizioni, la legge elettorale in questi giorni in discussione in Parlamento è il primo, necessario, passaggio verso lo SPUTO: la ipersemplificazione del panorama politico necessaria a garantire una maggioranza di governo ad una delle due incarnazioni del PUPU (il piddì e il frastagliato ma, al momento del bisogno, coeso "centrodestra") e la cloroformizzazione di ogni altra formazione politica non aderente al Pensiero unico.
I successivi passaggi, possibilmente prima delle elezioni ma non necessariamente, prevedono la fine del bicameralismo perfetto, la riduzione dei parlamentari e il semipresidenzialismo (con conseguente, straripante, iperpersonalizzazione della politica). Il tutto confezionato nel nome della "governabilità" e della "necessità" di ammodernare il paese.
Il risultato finale, a breve scadenza, sarà uno stato riconducibile non più ad un Parlamento con partiti e posizioni politiche diverse, ma ad un uomo che, vinte le elezioni, rappresenterà il popolo e lo stato stesso, secondo la formula statunitense "one people, one state, one president".
Che in tedesco suona pressappoco così " Ein Volk, ein Reich, ein Fuhrer".

giovedì 18 aprile 2013

No al "largo sconcerto". Ovvero perché Bersani deve fare quello che sta facendo.

Nella foto: giovane elettore piddì sconcertato
Pare che la scelta da parte del Bersani da bettola di scegliere quale candidato alla Presidenza della Repubblica l'ex sindacalista con la pipa in bocca abbia provocato grande sconcerto a sinistra. C'è nei confronti del segretario della Nuova Democrazia Cristiana (Pd), infatti, un fiorire di contestazioni - fino all'insulto - su feisbuch, tuitter e zone limitrofe che manco avesse dichiarato di volere fare eleggere Michele Misseri.

Di fronte a tanto sconcerto, sono sconcertato.

Ché mi chiedo: dove sta il problema?
Nel fatto, come dice il pupacchiotto Renzi, che Marini non è stato manco eletto dove si era candidato alle scorse elezioni?
Oppure nel fatto che nessuno ricordava che Marini esistesse fino a ieri mattina e ne ignorava l'esistenza pure quando era segretario della Cisl?
Oppure nel fatto che è un nome gradito al Berlusconi e, quindi, foriero di larghe intese e salvacondotti per il mecenate delle olgettine?
Oppure perché Casalgrillo, con una mossa da piccolo scienziato via "uebb", ha tirato fuori una serie di nomi graditi non tanto ai grillini, quanto agli elettori del piddì?
No, perché la cosa pare assai curiosa.
Non capisco bene, infatti, quale sarebbe la ragione di tanto malumore.
E mi spiego meglio.
Il futuro presidente della Repubblica, chiunque esso sia, deve avere tre caratteristiche essenziali:
  1. deve essere un fedelissimo della Nato (davvero c'è qualcuno che pensa che il capo delle Forze armate possa essere anche solo minimamente critico verso la santa alleanza contro il male?)
  2. deve garantire, oltre ogni ragionevole dubbio, la non messa in discussione di quanto pattuito dal governo Monti (e quindi dal piddì, dal piddielle e dal piccolo grande centro) con l'Unione europea. E non solo le decisioni già prese (Esm, Fiscal Compact, pareggio di bilancio, riforme del mercato del lavoro, ecc.) ma anche quelle che ancora si devono prendere e che vanno tutte nella medesima direzione del governo sopranazionale liberista.
  3. deve tentare, in maniera indolore ma in tutti i modi, di sgonfiare il più grande problema politico che si sia presentato in Italia da Tangentopoli in poi, sia a livello nazionale che internazionale e cioè il Casalgrillismo (oggetto ancora oscuro e troppo poco manovrabile, visti i tipi che lo compongono e, soprattutto, lo gestiscono). 
Tutto il resto (capacità, garanzie, competenze, ecc.) sono solo sciocchezze buone per chiacchiericci da sala biliardo tra una stecca e l'altra.
Le caratteristiche prima riassunte, infatti, non sono richieste dal famoso "popolo sovrano" nè dalla Costituzione, semplicemente sono richieste dagli accordi che l'Italia ha a livello internazionale e che, per moltissime ragioni, non sono né discutibili né trattabili. E' bene ricordare a qualcuno, infatti, che l'Italia, al pari di altri paesi, è uno Stato a sovranità limitata sia militare che economica e pertanto dispone di pochissimi margini di manovra in questi due ambiti decisivi. E non da oggi, ma da quando ha perso la guerra e da quando è entrata a fare parte delle varie Comunità Europee fino a finire alla più invasiva di tutte: l'Unione europea.
Poste queste condizioni di base, passiamo a come stiamo messi dal punto di vista dei partiti e delle loro posizioni.
Da un lato c'è un partito sconclusionato, il M5S, che passa da posizioni di assoluto rifiuto di qualunque forma di collaborazione con gli altri partiti a posizioni di ricatto (chiamate, simpaticamente, "aperture") nei confronti del resto dell'universo (tipo: "rifiutate il finanziamento pubblico e poi parliamo", oppure: "dateci la fiducia per un nostro governo e poi vediamo", oppure: "votate il nostro candidato a Presidente e poi discutiamo")
Poi un partito, il PdL, dominato da un leader in procinto di andare a finire in galera e che è disposto a tutto pur di salvarsi in qualche maniera.
Ancora, un partitello di improbabili ottimati, quello di Mario Monti, che risponde direttamente al suo elettorato d'oltreoceano (USA) e d'oltralpe (UE).
E infine un partito (il Pd) che doveva vincere a mani basse le elezioni e che invece non solo le ha perse ma rischia di perdersi pure lui.
Questo partito e il suo (momentaneo) leader Bersani, è strattonato a destra e a manca. A manca lo strattona il Casalgrillismo che prima coi suoi rifiuti l'ha costretto a chiedere udienza al Berlusconi e che adesso lo invita a scelte "coraggiose". A destra lo strattona il PdL che gli ricorda quanto siano simili (effettivamente) i loro programmi di governo e, comunque, quando siano simili in termini di fedi atlantiche ed europeiste (pur con finti distinguo).
Siccome l'elezione del presidente della Repubblica è podromica alla costituzione di un governo e alla messa in moto dell'attività delle Camere la situazione è abbastanza seria.
Il bravo Bersani, volente o nolente, deve infatti fare i conti con gli imminenti impegni internazionali (dagli accordi con l'Unione Europea, al rifinanziamento delle missioni militari all'estero, alle possibili "esportazioni di democrazia" in Siria o in Iran, ecc.). E chi garantisce meglio di chiunque altro questi impegni? Casalgrillo e i suoi giri di valzer e la sua democrazia diretta via "uebb"? No,questi impegni li garantisce il Berlusconi. Il quale chiede, naturalmente, qualcosa in cambio. E gliela si deve dare. Cosa chiede è ovvio: continuare a fare politica al riparo da possibili sentenze negative e, prima di tutto, evitare di essere dichiarato "ineleggibile".
Ovvio che in queste condizioni il presidente della Repubblica deve essere eletto entro i primi tre scrutini (quelli che prevedono la maggioranza qualificata) e non oltre. Perché se si arriva allo scrutinio con maggioranza assoluta può succedere di tutto, perfino che venga eletto Rodotà (o Ridolini, anche se è morto).
Da qui la scelta, momentanea, di Marini.
Dico momentanea perché come detto prima non è il nome l'importante, ma le tre caratteristiche prima ricordate che il nome deve possedere. E quindi va bene anche D'Alema o Amato o un nome ancora non fatto. Un  nome cioè che sia di "larga unità" e che porti dritto alle "larghe intese".
In questo contesto, perdonatemi amici malpancisti che avete votato piddì, sel e Casalgrillo, non c'è spazio per "larghi sconcerti".


Nel filmato, YouDem, Marini che gesticola.

giovedì 11 aprile 2013

Cocktail ed illusioni. Ovvero perché sperare che il Pd si scinda è tempo perso.

Nella foto Piero Fassino mentre prepara il Pd.

In questi giorni, a causa delle polemiche (ormai trite e noiose) tra Renzi e Bersani, si riaccendono sui media nazionali i riflettori su una possibile scissione del Pd, con la sottintesa idea che nascano due formazioni: una di centro e una di "sinistra". Sono voci che ritornano periodicamente ma sono insignificanti.
E' da quando è nato il Pd che le voci di una sua dissoluzione si rincorrono. Alcuni la auspicano e altri la temono.
Agli inizi - ve lo ricordate? - tutti a fare domande polemiche: "e ora dove siederanno al parlamento europeo? coi democristiani o coi socialisti?" E giù grasse risate di commiserazione, "ahahahaha".
Bene: il Pd ha fatto cambiare nome al gruppo socialista al parlamento europeo, adesso si chiama Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici.
Fuori uno.
Poi tutti a dire: "è un compromesso storico fuori tempo massimo!" Oppure: "ma come fanno i comunisti a stare coi democristiani?" O ancora: "i nodi verranno al pettine quando si parlerà di matrimoni gay, di fecondazione assistita", ecc.
Naturalmente nessun nodo è venuto al pettine.
Poi ancora si è parlato di scissione, implosione, evaporazione ecc. ogni volta che è cambiato un segretario, che questo partito ha avuto una sconfitta elettorale, che un Renzi sfidasse un D'Alema/Bersani ecc. Ma niente, il piddì è sempre là.
E' vivo e lotta contro di noi.
Tutta questa storia che il piddì dovesse - o debba - prima o poi esplodere sotto i terribili colpi delle sue "contraddizioni" e della "Storia" si basa, a mio parere, su un equivoco di fondo comune a moltissimi.
E cioè che fosse un matrimonio di interesse tra opposti. Una specie di "emulsione", cioè una "non miscela" tra liquidi incompatibili, come l'olio e l'acqua che, per quanto li si possa mischiare, alla fine ritornano ad essere quello che sono. E si dividono facilmente.
A distanza di sette anni c'è ancora chi pensa che quel matrimonio debba prima o poi portare al divorzio.
A me, e ad altri, è sempre parso invece che non ci fosse nessun matrimonio di interesse nel mezzo, ma che fosse soltanto una correttissima interpretazione dei fatti che portavano ad una naturale unione. E i fatti sono semplici.
Il post Pci, come auspicato da Occhetto, doveva andare "oltre" la socialdemocrazia (che già in Europa era andata ben oltre sé stessa, notoriamente). E così è stato.
L'ex Pci nel giro di pochissimo tempo (meno di un paio di anni) è talmente andato "oltre" che è passato direttamente nel campo liberaldemocratico. E siccome i "cattocomunisti" dentro quel partito c'erano da sempre (dall'ultimo degli attivisti a tre quarti di organismi dirigenti) il salto verso l'"oltre", salto non è stato. É stato solo un passettino verso la "casa naturale": il campo "liberaldemocristiano". Che differisce da quello liberaldemocratico tout court per il fatto che il secondo è laico. Si sono quindi tutti ritrovati insieme amabilmente. Anzi, addirittura alcuni ex-comunisti si sono rivelati nel tempo più "liberaldemocristiani" degli stessi ex democristiani.
Inutile stare qua ad elencare tutte le "prove" a testimonianza della "liberaldemocristianizzazione" dell'ex Pci,  sono sotto gli occhi di tutti (dall'acquiescenza incondizionata al "ce lo chiede l'Europa", a quella del "ce lo chiede la Nato", alle abiure ideologiche, alle pratiche politiche liberiste delle norme sul lavoro dalla legge Treu in poi, ecc. ecc.).
Era del tutto evidente che una tale sintonia politica ed ideologica era uno spreco elettorale se non si fosse riusciti a creare un blocco politico unico contrapposto non alla "destra" liberale, ma alla particolare incarnazione di una parte della destra che l'Italia ha avuto: il berlusconismo.

Ora, pensare e ripensare che questo partito continui ad essere una "emulsione" e che prima o poi l'olio si divida dall'acqua è illusorio e dannoso. Sia per chi auspica una scissione, sia per chi la teme.
E' illusorio, per entrambi i gruppi, perché ormai è impossibile distinguere un ex-comunista da un ex-democristiano dal punto di vista della teoria e della prassi politica, eppoi perché gli interessi che legano tutti gli aderenti a questo partito sono fortissimi (da quelli economici a quelli politici, sia interni che internazionali). Magari che qualche piccola goccia schizzi via è possibile (vedi il Rutelli e la sua Api), ma non ha speranza di sopravvivenza da sola: si asciuga prestissimo.
D'altra parte è dannoso pensare che si divida per chi teme una scissione perché il temere una cosa del genere porta solo a sprecare le forze, mentre il Pd ha bisogno di riunirle queste forze (lo dico a gente come il rubicondo Paolo Mieli che ha votato Monti convinto che il Pd avesse bisogno di un colpettino di frusta per rimettersi sui binari liberaldemocristiani).
Ma è, infinitamente, più dannosa per chi - a sinistra - auspica questa scissione. E lo dico a gente come Ferrero, per esempio, che crede che una scissione del Pd comporti automaticamente la creazione di una forza di sinistra "socialista" naturale interlocutrice di forze di sinistra più radicali. Oppure a chi pensa che una scissione porti automaticamente gli elettori Pd di "sinistra" ancora più a sinistra: sciocchezza prontamente liquidata dal Movimento di Grillo.
La dannosità di questo atteggiamento è dovuta al fatto che questa idea si fonda su un altro errore di prospettiva: il Pd non ha al suo interno alcuna forza minimamente disposta ad accordarsi con una sinistra "radicale" per il semplice fatto che non ha al suo interno alcuna corrente neppure lontanamente riferibile a progetti o impostazioni che furono "socialisti". Nessuno pensa a nazionalizzazioni, per esempio, oppure a rimettere in discussione alcuni capisaldi liberisti del progetto europeo e di quello del WTO e ancora meno a dire qualcosa sull'alleanza atlantica. Sono punti fermi ormai. E indiscutibili.
E la cosa ancora più dannosa è pensare che queste posizioni riguardino solo i gruppi dirigenti.
Non è così.
É sufficiente parlare con qualcuno del Pd, che sia intellettuale o semplice elettore informato, per capire che la situazione è del tutto irreversibile.
Il piddì, pertanto, non è una "emulsione" è invece un ottimo cocktail in cui gin, rhum e chissà che altro sono indistinguibili tra loro.
Uno di quei cocktail che risultano indigesti a qualcuno e che invece altri adorano tanto da non poterne più farne a meno.

domenica 31 marzo 2013

Quinto Fabio Massimo Verrucoso Napolitano, detto il Gambler-Temporeggiatore

A chi opera con calma, ogni cosa è chiara e sicura;
la 
fretta è sconsiderata e cieca.
Il generale, e dittatore romano, Quinto Fabio Massimo riuscì a infliggere ad Annibale attraverso una tecnica di guerriglia e di logoramento severe perdite. Il poverino però non ne ebbe ragione e, alla fine, passò alla storia non per le sue tecniche militari (che i suoi successori però usarono abbondantemente per vincere), ma per essere considerato un perditempo. Anche se non lo era affatto.
Le similitudini (en gros, ovviamente) col nostro presidente della Repubblica e con la situazione attuale sono interessanti.
Gli eserciti "romani" malmessi (piddì, piddielle, montiani) non riescono a coalizzarsi per attaccare e ricacciare là da dove è venuto lo sterminatore AnnibalGrillo e hanno affidato tutto al "dittatore" napoletano ("piena fiducia", qualunque cosa dica, faccia e perfino pensi).
Giorgio Quinto Fabio Massimo - a questo punto plenipotenziario - invece che aggredire frontalmente il barbaro che fa? Lo aggira, cerca di logorarne l'esercito. Come? Da un lato gli dà ragione: si può andare avanti con un governo anche dimissionario benché "non sfiduciato", aggiunge. Grida di giubilo nell'esercito di Annibale: "avevamo ragione! Ora arrendetevi!". Dall'altro lato però lo incastra (e incastra tutti gli altri) giocando d'astuzia con due mosse.
Da un lato benedicendo, momentaneamente, il governo monti, il più "europeista" e "filobanchieri" della storia, sostenuto per 14 mesi dal pd/pdl. Monti nelle prossime settimane dovrà vedersela con la famosa "Europa" e metterà sul tavolo tutte le misure che a Brussels e Francoforte gli imporranno e lì il pd/pdl ritroverà sintonia (volente o nolente).
Dall'altro lato creandosi due commissioncine ad uso proprio che gli serviranno per "captare" tutti i movimenti interni al pd/pdl/monti e, se il tempo e le notizie che gli passeranno lo consentiranno, procedere con un altro colpo a sorpresa: tirare fuori un nuovo mandatario di governo e stavolta non più "esploratore".
 D'altra parte quello che sta veramente a cuore al napoletano non è un governo ma che non si rimettano in discussione gli "impegni" assunti con l'europa e la nato (missioni estere, crisi mediorientale, basi militari in Italia, ecc.), nè si rimettano in discussione passaggi già accettati (Fiscal compact, pareggio di bilancio, ecc.). Se nei prossimi 15-20 giorni non ce la farà a fiaccare le resistenze dell'esercito di AnnibalGrillo e a riportare alla ragione (la sua ragione) il piddì anti "larghe intese" di bersani, non sarà grave. Perché sa che quella è una strada obbligata e che serve solo tempo per ottenere questi risultati.
E la prova del fuoco, quella veramente dirimente, sarà la trattativa per l'elezione del suo successore. Dopotutto, l'esercito del comico "cartaginese" è un problema, ma secondario visto che comincia ad essere inviso a molti di quelli che l'hanno votato. Il problema, quello vero, quello che impedisce le "larghe intese" è l'ingombrante presenza del burlesque che è talmente ingombrante che per quanto siano "larghe" le intese non si riesce a infilarcelo dentro.
 Anche in questo caso il tempo aiuta. Più ne passa più dovrebbero riprendere i maldipancia interni al pdl (a proposito il famigerato e "saggio" ex radicale quagliariello era tra i firmatari dell'appello "Italia popolare" nel dicembre scorso, una specie di corrente filomontiana dentro il partito del burlesque).
In ogni caso, se tutto va bene, entro fine anno dovrebbe arrivare la sentenza definitiva contro il burlesque per il processo Mediaset. Cioè interdizione dai pubblici uffici tra l'altro. Cioè la sua liquidazione politica. Insomma il generale plenipotenziario Giorgio Fabio Massimo non solo è un abile temporeggiatore ma anche un ardito giocatore d'azzardo. Passerà alla storia come Giorgio Cuntactor Gambler.

sabato 23 marzo 2013

Rimozione forzata


Il problema 

L'unico vero, serissimo, quasi irrisolvibile, problema che ha davanti il giovine esploratore Bersani per l'unico governo possibile - ovvero quello detto di "grande coalizione" (pd + pdl + montiani) - si chiama Berlusconi. E non intendo il suo partito, ma proprio la persona fisica.
Berlusconi è infatti diventato irresistibilmente, e per tutta una serie di ragioni, inviso:

  • agli Usa (caso Gheddafi in primis e amicizie putiniane in secondis nonché molto altro ancora); 
  •  ai tre padroni dell'UE cioè Inghilterra, Francia e Fermania (per la sua riluttanza, meglio: la riluttanza dell'ex ministro plenipotenziario Tremonti, alle politiche del "ce lo chiede la germania") 
  • alla marea montante degli ex berlusconiani, ex leghisti, ex rivoluzionari comunistoidi, ex piddini delusi, ex fascisti antifiniani, ex astensionisti e ogni altra categoria di "ex" possibile ed immaginabile oggi felicemente grillini. 
Le recenti disavventure giudiziarie del Silvio nazionale (processi di Milano, l'inchiesta sui due/tre milioni dati a quel pachiderma sempre sul punto di esplodere chiamato De Gregorio) lo rendono, per sovrammercato in questo momento, ancora più impresentabile (ammesso che sia possibile) di fronte a una opinione pubblica nazionale maggioritaria (pd e grillini). Insomma, proprio non se ne può parlare.

Il falso problema 

L'esplorazione di Bersani pertanto non è rivolta a verificare la possibilità di un accordo "tecnico" per un programma di "emergenza nazionale" con Casalgrillo (attraverso i suoi portavoce in parlamento, chiamati, erroneamente, senatori e deputati). Quello è un falso problema e non necessita di alcuna soluzione come tutti i falsi problemi. Bersani sa benissimo che è una cosa impossibile e che il "modello Sicilia" (Crocetta + Udc + Pd + M 5S) non è replicabile per alcune ragioni tecniche (il voto di fiducia che in Sicilia non vincola nulla visto che il Presidente si elegge direttamente) e, soprattutto, politiche. I grillini, infatti, vogliono assolutamente un governo di "grande coalizione" senza di loro perché non è questa la legislatura che gli interessa, ma la prossima, dove prevedono di arrivare primi assoluti se, e solo se, non si "contaminano " con la Kasta (pd, pdl e tutto il resto). E quindi il loro no ad un governo è assoluto.
L'esplorazione di Bersani va quindi in un'altra direzione: provare a vedere quanti pidiellini sono disposti (con o senza l'avallo del loro presidente) a votargli la fiducia. Si tratterà di capire cioè come avere un governo di "grande coalizione" senza avere tra i piedi Berlusconi. Un governo con numeri tali da assicurare alcune misure necessarie di sopravvivenza del sistema e ritardare il più possibile il momento in cui tutto andrà in malora o perfino annullare questa possibilità, e cioè:

  • non suscitare le ire della Trojka e del loro dio unico (il mercato/spread); 
  • calmierare in qualche maniera le turbolenze di un elettorato di cui si sta perdendo il controllo (con misure ad effetto ed altre reali ed incisive tipo reddito di cittadinanza, pagamento aziende fornitrici della P.A., aumento pensioni minime, riduzione costi della politica ecc.); 
  • evitare deragliamenti del sistema democratico. 

La soluzione al problema 

Se il capo del Pdl non fosse Berlusconi ma, poniamo, Monti o qualcuno più presentabile, domani sera avremo un governo.
Siccome a capo di quel partito c'è invece il suo fondatore e leader carismatico tutto diventa difficilissimo. A meno che Berlusconi non scompaia dalla circolazione: arrestato, di sua sponte (magari con un lasciapassare per Mosca o qualche altra promessa seria sulla sua incolumità fisica ed economica) oppure abbandonato da una parte dei suoi parlamentari. Liberato il campo dal macigno tutto diventerebbe più semplice. Ed è per questo che sono convinto che si lavori in questa direzione e non in altre. La "neutralizzazione" di Berlusconi, ma non dei suoi parlamentari che invece dovrebbero essere cooptati in un governo, è la sfida che ha davanti a sè, prima ancora che Bersani, Napolitano.
L'affidamento di un incarico esplorativo al primo è solo prendere tempo. Napolitano sa che è difficile e, secondo me, sta già lavorando ad un nuovo governo "del Presidente" con un altro personaggio "super partes" ma non troppo (magari un tipo come Renzi). Un governo tecnico-politico, chiamiamolo così, con nomi belli, presentabili, affidabili e che siano contemporaneamente garanzia per la trojka, per gli americani e che soddisfino nel più breve tempo possibile esigenze diffuse senza manomettere equilibri internazionali (militari e finanziari soprattutto).
Andare ad elezioni tra sei mesi, con questa o un'altra legge elettorale, in condizioni di instabilità politica tanto evidenti significa non un salto nel buio, significa il caos greco. E un paese di sessanta milioni di abitanti non è maneggevole come uno di meno di dieci milioni (già una bella fatica peraltro).
Non conviene a nessuno. Manco a Casalgrillo.
O forse no.