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domenica 8 marzo 2015

Democrazia e totemismo

Un poco più di due anni fa, quando era ancora il supersindaco di Firenze, Renzi illustrava al mondo la sua idea sull'art.18 dello Statuto dei lavoratori (vedi video  allegato). Raccontava che il suddetto articolo era una "totem mediatico" usato solo per propaganda politica e che "non conosceva un solo imprenditore" che si lamentasse del "totem". Al contrario dichiarava che la corruzione, la burocrazia elefantiaca, la giustizia civile lentissima erano i "veri" problemi.
Da ieri la riforma del Diritto del lavoro chiamata Jobs Act, che cancella quasi completamente l'art. 18 (e non solo) dello Statuto, è legge dello Stato. Realizzata in tempi record (ammettiamolo con ammirazione) proprio da Renzi.

Non importa qui stabilire il perché di questo radicale cambiamento di posizione. Tutti cambiamo idea su molte cose e Voltaire diceva che solo i morti e cretini non cambiano idea. La cosa interessante è invece un'altra a mio parere: la capacità di Renzi di essere in grado di intercettare l'orientamento generale (su singole questioni o su una intera interpretazione del mondo), in un dato momento, di buona parte dell'elettorato, farsene interprete e, soprattutto, una volta intercettatolo e divenutone il rappresentante, di riorganizzarlo e riorientarlo verso la direzione che gli interessa. Un leader carismatico ha questo di diverso rispetto ad un leader politico senza carisma.
Il programma del San Sepolcro di Mussolini (atto fondativo del Fascismo) era un programma che metteva assieme proposte e proposizioni socialiste e rivoluzionarie e proposte e proposizioni orientate coinvolgere la media e piccola borghesia impaurite. Era un programma, cioè, perfettamente in linea col sentire comune di larghi strati sociali italiani del primo dopoguerra. Sappiamo bene che fine fece quel programma non appena Mussolini prese il potere.
Qualche decennio più tardi - con minor successo ma con le stesse modalità - un altro leader carismatico - sull'onda di una profonda crisi economica e di rappresentanza democratica (quest'ultima dovuta in buona parte alla vicenda "Mani Pulite") - intercettò un parte abbondante di consenso elettorale schierandosi contro la corruzione e il malaffare e chiamò al suo primo governo (anche se ottenne risposta negativa) il paladino dell'anticorruzione del tempo, il Pubblico Ministero Di Pietro. Poco tempo dopo, una volta padrone del consenso, il leader carismatico lo riorientò verso la direzione a lui più congeniale. Quel leader era Berlusconi.

Un leader carismatico è ambizioso, è spregiudicato, è mimetico, è capace di intuire "l'umore" più comune sparso tra la società ed è in grado non solo di interpretarlo ma, soprattuto, di reinterpretarlo e di stravolgerlo facendo credere che sia sempre lo stesso "umore". Soprattutto, il leader carismatico è convinto di avere una missione storica che nessun altro è in grado di esercitare.
Renzi è, in questo momento, il leader carismatico di cui gli italiani hanno bisogno.
Ce ne sono altri due, invero, che hanno caratteristiche simili alle sue. C'è Grillo e c'è Salvini. Ma, rispetto a Renzi, i due non sono sintonizzati con la parte maggioritaria dell'elettorato italiano. Sono, ciascuno a suo modo, "estremisti". Tendono a farsi interpreti di una parte di elettorato delusa, indignata, impaurita dalla crisi, dall'immigrazione, dalla piccola criminalità e che sogna una palingenesi radicale della società senza sapere però quale modello adottare se non quello di una epoca d'oro vagheggiata e mai esistita, fatta di tutto e del contrario di tutto. In questo elettorato domina la confusione ideologica e psicologica. Questa parte di elettorato, fluttuante e a tratti consistente, è comunque minoritaria. E' destinata a fare pressioni sulla politica e sul potere ma non ad esercitarlo. Almeno fino a che esiste una parte di popolazione ancora mediamente "benestante" e maggioritaria.

Renzi, più scaltramente, ha scelto un altro riferimento elettorale. Quello della "maggioranza silenziosa". Appunto quello, maggioritario, di una popolazione tutto sommato benestante, in grado di sopravvivere alla crisi economica con sacrifici ma senza essere compromessa con la povertà, che anela il ritorno ad un passato fatto di consumi e di benessere diffuso senza particolari difficoltà. Che si nutre di una cultura spicciola e superficiale e che ama "delegare" agli altri sia la comprensione dei problemi che una loro eventuale soluzione limitandosi a segnalarli (e neppure tanto convintamente). E' la parte di elettorato culturalmente piccolo borghese maggioritaria e conservatrice, moderata come si dice oggi e, sempre, ambigua. Non razzista ma patriottarda, non ideologizzata ma a-ideologica, non liberista ma filoliberista, non europeista ma neppure antieuropeista, non rassegnata ma portata all'accettazione e al democristianissimo "tirare a campare". Perfettamente allineata, dunque, col pensiero unico dominante fatto di "There is not alternative" (TINA) e che si affida a "tecnici" ed "esperti" che dicono quello che vuole sentirsi dire in quel momento.
A queste condizioni il leader carismatico Renzi ha gioco facile. Può essere un giorno a favore dello Statuto dei lavoratori e il giorno appresso può cancellarlo. Può dire che la politica è troppo corrotta ma accettare finanziamenti alle sue cene di gala da personaggi discussi e discutibili. Può essere contro l'acquisto di F35 ma acquistarli lo stesso. Può, insomma, cambiare opinione in continuazione, a seconda degli umori del suo elettorato di riferimento, salvo decidere poi fare quello che ha deciso di fare presentandolo come il raggiungimento dell'obiettivo che il suo elettorato desiderava. E siccome il suo elettorato è fluttuante in termini di idee e con la memoria cortissima, in effetti il suo elettorato lo apprezza sempre. E sempre di più.

Il leader carismatico - non un argomento politico - diventa così un totem mediatico. Il totem di tutti.
Di chi lo adora e lo prega e di chi lo odia e lo bestemmia. Di chi lo invoca per "cambiare le cose" e di chi lo offende dicendo che non cambia nulla.
Diventa il centro della politica e della religione laica di un paese. E tanto più è in grado di orientare e riorientare le opinioni dei suoi fedeli tanto più tenta di accreditarsi a tutti i suoi nemici come l'unico totem, l'unico che "fa" e "sa fare" e che "può fare". Attirando verso di lui molti altri ex nemici e avversari, assecondandoli se del caso e poi manipolandoli.
La democrazia post-moderna, figlia del liberismo e del "decisionismo" a convenienza, sradicata dalla partecipazione consapevole e fondata sul consenso plebiscitario, è assai simile alle dittature novecentesche. E' totemismo.
E come tutti i totemismi è una religione debole. Che si affida al totem fino a che il totem garantisce ai più quel minimo di tranquillità di cui necessitano.
Se non ci riesce più, per qualunque ragione, i fedeli del totemismo cambiano totem. Ma prima di cambiarlo lo abbattono e, poi, fanno finta di non averlo mai adorato. Alla ricerca di un nuovo totem.
Che arriverà.


mercoledì 4 febbraio 2015

Il discorsetto di insediamento del Presidente Mattarella. Qualche elemento di riflessione.

Il Presidente saluta con entusiasmo il fotografo
Ad occhio e croce mi pare di potere dire che il discorso di insediamento del
nuovo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sia stato unanimente salutato con grande favore. Perfino i sempre meno numerosi parlamentari manichei grillini - uomini e donne che sanno dove sta il Bene e la Verità (cioè dalla loro parte) - si lasciano andare alla commozione e al positivo saluto. Per tacere di tutto il resto del panorama politico/mediatico di largo consumo: gli osanna si sprecano, i battimani provocano spellature che son quasi escoriazioni e i sorrisi di soddisfazione sono incontenibili. Insomma il discorso di insediamento del Presidente conferma oltre ogni ragionevole dubbio che si è cambiata pagina e che tutto andrà per il meglio. Adesso, si può dormire tutti più tranquilli.

Il fatto è che, a mio parere, il discorsetto del Presidente profuma di stantio tanto quanto quelli dei suoi immediati predecessori. Non solo non vi si trova nulla di nuovo, ma vi si trova tanto di vecchio, di già visto e sentito e, decisamente, in linea con le aspettative di chi lo ha eletto: cioè il Capo del Governo e pezzi e pezzettini di partiti sedicenti all'opposizione o diversamente al governo. Tutti uniti da una unica ideologia: quella del liberismo in salsa europeista.
In effetti il sermone presidenziale - nella sua impostazione ideologica chiaramente liberista-atlantista - non si discosta di un millimetro dall'impostazione di fondo che hanno il  Partito democratico e Forza Italia (il partito unico al governo in Italia e, sotto altri nomi, in quasi tutti gli altri paesi maggiori europei) in temi essenziali per la vita di un paese, ovvero la politica economica e quella estera. Qualche passaggio del discorso presidenziale dovrebbe aiutarci a capire meglio la questione.

Economia: tutto a posto.
Il Presidente, parlando di economia, dice "la lunga crisi, prolungatasi oltre ogni limite, ha inferto ferite al tessuto sociale del nostro Paese e ha messo a dura prova la tenuta del suo sistema produttivo. Ha aumentato le ingiustizie. Ha generato nuove povertà. Ha prodotto emarginazione e solitudine." E, fin qui, aria fritta. La parte importante arriva quando parla di come risolvere, o almeno tentare di risolvere, la catastrofe. A questo proposito il Presidente aggiunge, convintamente, che "l'urgenza di riforme istituzionali, economiche e sociali deriva dal dovere di dare risposte efficaci alla nostra comunità, risposte adeguate alle sfide che abbiamo di fronte."
Quindi, per capirci, vanno fatte le famose "Riforme" per risolvere la crisi. In effetti, come noto a tutti, la crisi che "ha aumentato ingiustizie, povertà" eccetera eccetera è un tipico prodotto del sistema politico ed economico italiano che è incapace di dare "risposte adeguate alle sfide che abbiamo davanti". Non si è trattato - come erroneamente pensavamo in molti - degli effetti di un capitalismo speculativo e animalesco oltre ogni immaginazione. La crisi non è nata, si è sviluppata e infine esportata in mezzo mondo dagli Stati Uniti. Non è il frutto avvelenato di un sistema economico-finanziario globale votato a predare uomini e cose in un crescendo di bulimia insensata. No, è che siamo arretrati noi. Quindi dobbiamo fare le Riforme. Quali riforme? Il Presidente non lo dice. Ma, proprio perché lo dice, appare chiaro ed evidente che le Riforme sono quelle del governo Renzi/Berlusconi. E cioè, tanto per dire, Jobs Act e consequenziale diminuzione dei - già pochi - diritti di qualche milionata di lavoratori. Nel nome delle "risposte adeguate alle sfide che abbiamo davanti". Grazie a queste "riforme" saremo  in grado di dare "risposte adeguate alle sfide che abbiamo davanti". Apposto.

Ma la sequela di banalità del discorsetto presidenziale, condito da un continuo sostegno al governo Renzi/Berlusconi, non finisce certo qua. Sempre in tema di economia il Presidente fa presente che "va alimentata l'inversione del ciclo economico, da lungo tempo attesa" e per questo "e' indispensabile che al consolidamento finanziario si accompagni una robusta iniziativa di crescita, da articolare innanzitutto a livello europeo. Nel corso del semestre di Presidenza dell'Unione Europea appena conclusosi, il Governo - cui rivolgo un saluto e un augurio di buon lavoro - ha opportunamente perseguito questa strategia."
Chiaro? Per ricapitolare, e senza tanti giri di parole morotei, la questione è semplice: da un lato va bene, anzi benissimo, avere costituzionalizzato - per esempio - il pareggio di bilancio (una delle eresie più demenziali mai scritte in una carta costituzionale) che, notoriamente, serve al "consolidamento finanziario" dall'altro lato va ancora meglio il cosidetto Piano Junker, quella robetta da gioco delle tre carte che si è inventato il marpione lussemburghese per un fantomatico piano di investimenti europei. Perché, cari miei, l'Europa ha in mano le chiavi per uscire dalla crisi e queste chiavi però, chissà perché, non le usa. Ma, evidentemente, grazie ai buoni uffici del prode Renzi, l'Europa cambierà atteggiamento. Anzi, come si vede, lo sta già facendo.
Non vale la pena manco commentare oltre queste dichiarazioni frutto di un assoluto appiattimento sulle posizioni del pensiero unico dominante in fatto di economia. Non c'è neppure l'ombra, non dico di una contestazione di principio, ma neppure di una timida critica. La strada intrapresa è quella giusta e lui non si sogna neppure di discuterla.

Riforme o morte.
Sul fronte delle Riformissime (cioè quelle costituzionali) - cioè quelle per le quali il suo predecessore s'è impegnato fino allo stremo (stremando tutti peraltro) - la musica non cambia. Stessa sonata: appoggio incondizionato al riformatore per eccellenza, il famoso duo Renzi/Berlusconi. Nelle parole del Presidente: "E' significativo che il mio giuramento sia avvenuto mentre sta per completarsi il percorso di un'ampia e incisiva riforma della seconda parte della Costituzione. Senza entrare nel merito delle singole soluzioni, che competono al Parlamento, nella sua sovranità, desidero esprimere l'auspicio che questo percorso sia portato a compimento con l'obiettivo di rendere più adeguata la nostra democrazia."
Qui il linguaggio tipicamente democristiano, moroteo, arzigogolato, sfuggente e chiarissimo allo stesso tempo, raggiunge vette degne di nota. Il Presidente fa presente che lui non vuole entrare "nel merito" delle riforme (in primis la sostituzione dell'attuale Senato con quel mostro costituzionale che è una seconda Camera costituita da consiglieri regionali i cui poteri non si capisce quali siano e a che servano). Aggiunge però, un microsecondo dopo, che "auspica" che questo percorso si concluda il prima possibile.
Per ammodernare la nostra fatiscinte deocrazia, si capisce.
Quindi, fuori dai moroteismi politichesi, Mattarella è prontissimo a firmare la riforma del bicameralismo italiano così come l'hanno confezionata i noti giureconsulti Boschi, Verdini et similia.
Che poi costituzionalisti non proprio al livello di Verdini (tipo Zagrebelsky o Rodotà) sull'argomento poco ci manca e si danno fuoco in piazza, non importa. La strada è quella giusta. Percorriamola assieme serenamente e pacatamente.

L'attacco alla civiltà.
Sulle questioni internazionali più stringenti (terrorismo, immigrazioni che sono ormai esodi e guerre regionali pronte per diventare mondiali) non manca, il Presidente, di ribadire il già ribadito da tutti. E quindi il "terrorismo" è una minaccia globale e va combattuta globalmente. Cioè forza Nato e vai con le bombe sui dittatori sanguinari terroristi che oltraggiano la faccia della terra. Perché, vorrei ricordarlo io visto che il presidente s'è dimenticato di dirlo, per ogni Saddam che scompare ne nascono altri dieci.
Naturalmente non si tratta di una guerra di religione, ci mancherebbe, si tratta di qualcosa di molto più grave. Si tratterebbe nientepocodimeno che di un attacco "ai fondamenti di libertà, di democrazia, di tolleranza e di convivenza." Cioè un attacco all'Occidente che di questi valori è l'unico portatore. Cioè a quella parte del mondo storicamente la più pacifica, la meno propensa alle colonizzazioni sanguinarie e predatorie e la più tollerante verso le minoranze (tanto da avere inventato e alimentato fino all'altro ieri pogrom e Olocausti per tutti i gusti). Insomma l'Occidente è in pericolo e occorre avere risposte adeguate.
Chiedersi per quale motivo ci sia gente più o meno impazzita che taglia teste ad occidentali o cominciare a chiedersi seriamente cosa spinga esseri umani a trasformarsi in demoni, non se ne parla neppure. Peraltro assimilare ai tagliatori di teste chiunque non la pensi come la pensa il favoloso Occidente è invece prassi consolidata, di buon senso e democratica. Insomma tutto come al solito: da una parte c'è il bene, l'Occidente che non ha nulla da capire e da farsi perdonare, e dall'altra c'è tutto il resto, la bestialità assoluta.
Come si vede, anche qui, grandi passi avanti nello sforzo di comprensione del mondo.

Uniti verso la meta: l'Europa.
Infine la questione dell'Europa. Va bene essere italiani, va bene coltivare lo spirito unitario "dal Nord a Mezzogiorno", va bene tutto ma non dimentichiamo che è l'Europa il futuro, è l'Europa quella in grado di vincere le "sfide globali" ci ricorda il Presidente. Pertanto "la prospettiva di una vera Unione politica va rilanciata, senza indugio." E quindi, cerchiamo di essere seri, prima si chiude la fase degli stati nazionali e meglio è per tutti. Peccato che lo spirito unionista europeo sia incarnato dalla Bce o dal ministro delle finanze tedesco e dalle multinazionali che in Lussemburgo hanno uno dei loro paradisi fiscali creato ad hoc dall'attuale presidente della Commissione. Peccato che stiano rifiorendo, ovunque, movimenti nazionalistici con tendenze nazistoidi proprio perché in  molti vedono nell' "orizzonte europeo" una specie di sadica macchina di impoverimento generalizzato e pensano che sia il nazionalismo l'unica alternativa. Peccato che quasi tutti i partiti politici oggi al governo in Europa siano totalmente succubi del "mercato" e che orientino ogni singola scelta a seconda delle "reazioni" di questo nuovo dio e misurino la bontà delle loro riforme a seconda il gradimento che i grandi potentati finanziari multinazionali mostrano comprando o vendendo titoli di stato. Peccato che non si sia tenuto conto di tutto questo nell'indicare la via dell'unione politica europea. Peccato perchè, assai probabilmente, proprio queste ragioni stanno facendo vacillare le fondamenta della costruzione europea.

Chiudiamola qua.
Certo il discorso presidenziale non si è limitato alle cose che ho ricordato qui; non vorrei passare per uno che legge o ascolta solo le cose che gli fanno piacere. Il Presidente ha infatti parlato del cancro della corruzione quale disgrazia nazionale da debellare senza infingimenti, della necessità di una lotta alle "vecchie e nuove mafie" che deve essere decisa e coerente, ha parlato anche della necessità di assicurare ai giovani il "diritto allo studio" perchè esso equivale al diritto di essere liberi. E ha detto parecchio altro di condivisibile. Il fatto è che non è stato né il primo né il solo a parlare di queste cose nè dal pulpito dal quale parlava né da altri pulpiti. E dire che era doverosissimo spendere qualche parola pure su questi argomenti in un discorso di insediamento alla Presidenza della Repubblica mi pare il minimo.
Ci mancherebbe pure che uno che sta per firmare leggi, che scioglierà Camere, che è capo delle Forze armate, che presiede il Consiglio Superiore della Magistratura, glissi su questi temi.
Non è che ci si può felicitare perché lo abbia fatto, sarebbe stato, come minimo, comico che non lo facesse. E siccome l'obiettivo di quanto scritto non era attirare l'attenzione sulle ovvietà del discorso del Presidente (cosa sulla quale invece i quattro quindi dell'universo hanno scritto e continuano a scrivere) quanto quello di mostrare che di "nuovo" da questo Presidente non c'è da aspettarsi nulla in tema di cose serissime, mi sono limitato a commentare alcuni passaggi passati quasi inosservati.
Giusto perché non avevo niente di meglio da fare e perché mi annoiano i peana.

Per chi fosse interessato di seguito il collegamento al testo del discorso di insediamento del Presidente Mattarella: messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Parlamento nel giorno del giuramento

sabato 26 aprile 2014

Grillo, il Pci, il "sorpasso" e la storia che si ripete.


Nella foto: Marx in un riuscito travestimento di Grillo
Pare che quasi tutti i sondaggi elettorali (riferiti alle elezioni europee) in questi 
giorni certifichino un sostanziale assestamento del Pd intorno al 30-32%, una crescita del M5S (adesso tra il 24 e il 27%) e un drastico ridimensionamento di Forza Italia (oggi tra il 17 e il 20%).
Al solito tutti gli altri partiti hanno variazioni molto alte (nel tempo e a seconda dell'Istituto di sondaggi che effettua l'indagine) ma tutti non raggiungono, in nessun caso, consensi a due cifre. Siccome manca ancora un mese alle elezioni, di cose ne possono capitare tante e l'unico sondaggio che avrà valore e certezza sarà il risultato finale delle consultazioni, ovviamente.
Ciononostante, ormai la tendenza generale sembra consolidata: è una corsa a tre. E in questa corsa uno dei corridori ha un obiettivo chiaro, ed è quello di scalzare dal primo posto il Pd. A questo punta il movimento di Grillo e, dopotutto, è anche una cosa fattibile. Cinque punti di differenza possono anche essere conquistati se si fa una campagna elettorale in cui il leader si spende e si spande come ha già fatto lo scorso anno ottenendo risultati del tutto sorprendenti.
Il fatto è che, paradossalmente, una "vittoria" di Grillo alle europee (cioè a dire il "sorpasso" del Movimento sul partito di Renzi) l'unico risultato serio che otterrebbe, in termini di politica nazionale, sarebbe quello di obbligare il Pd, e i suoi attuali alleati di governo, a un nuovo accordo - stavolta ancora più stringente di quello del Nazareno - con il partito di Berlusconi. Di fatto è del tutto plausibile che Forza Italia - a seguito di elezioni in cui il M5S diventi il primo o il secondo partito con distacco minimo dal Pd - entri nella maggioranza e dismetta i panni dell'opposizione.
Il perché di questo paradosso è presto detto.
Renzi e Berlusconi (e Napolitano primo fra tutti) non vogliono elezioni anticipate né ora né tra un anno; specie con la legge elettorale, di fatto proporzionale pura, attualmente in vigore dopo le modifiche effettuale dalla Corte Costituzionale. E non vogliono andarci neppure con l'Italicum - ammesso che si approvi definitivamente - poiché il rischio che Berlusconi abbia una rappresentanza parlamentare ridicola è un deterrente potentissimo per lui (e anche per Renzi). Soprattutto non vogliono elezioni anticipate fino a che la "bomba" grillina non sia disinnescata. E per disinnescarla ci vuole tempo.
Per un altro verso Renzi ha in cantiere una serie di "riforme" (costituzionali e di vario genere, che Napolitano non vede l'ora di promulgare) cui ha legato definitivamente il suo nome. Queste sono prodromiche al suo futuro politico di leader incontrastato e sa benissimo che sono fattibili solo con l'aiuto di Berlusconi. Senza Berlusconi niente futuro politico: Renzi verrebbe divorato da Grillo e ancora prima dal suo stesso partito.
I due sono legati a filo doppio, come si vede, e nessuno dei due lavora contro l'altro, anzi lavorano assieme per contenere il grillismo dilagante a dispetto delle polemichette giornaliere che li coinvolgono.
In ogni caso anche se il M5S restasse, come è nei sondaggi, soltanto il secondo partito non cambierebbe nulla: fa paura lo stesso e ne fa tanta. Il Movimento, malgrado la novità Renzi e malgrado le polemiche che lo accompagnano dal giorno dopo le elezioni del 2013 (il mancato appoggio a Bersani, le ridicole questioni sugli "scontrini" da rimborsare, le ambivalenti posizioni sull'immigrazione, le esplusioni/dimissioni di diversi parlamentari, le presunte posizioni razziste/antisemite, ecc. ecc.)  non solo non dà alcun segno di ridimensionamento ma, anzi, sondaggi alla mano, dà segni contrari: di espansione.
In queste condizioni l'unica cosa da fare, per Renzi, Berlusconi e Napolitano, è allungare il brodo, temporeggiare e mandare avanti con più lena di prima le famose (o famigerate) "riforme".
Il risultato delle elezioni europee, come noto, infatti non modifica manco di una virgola le forze in gioco nel Parlamento italiano e le "riforme" si fanno là dentro non in quello europeo.
Pertanto, superata la prima settimana di entusiasmo da parte dei grillini che ci inonderanno di grida al complotto contro di loro e di tradimento di Napolitano che non scioglierà le camere a seguito della loro affermazione, Renzi, Berlusconi e Napolitano torneranno, con maggiore e più convinta azione, al gran lavorio sulle "necessarie riforme per ammodernare il Paese".
Il processo subirà una accelerazione ancora maggiore di quella ricevuta dall'avvento di Renzi al governo e qualcuno vivrà felice e contento e qualche altro no. Fra tre o quattro anni ci si rivede alle urne per le elezioni politiche italiane.
D'altra parte qualcosa del genere è già successo. Nel 1984 il Pci - aiutato anche dalla drammatica morte di Berlinguer - vinse le elezioni europee con il famoso "sorpasso" sulla Dc.
A parte il comprensibile entusiasmo di tanti militanti che si misero pure le mutande rosse come fosse capodanno (salvo poi diventare liberisti qualche anno dopo), tutto andò come prima, anzi meglio di prima, per il Pentapartito guidato da Craxi. Tanto per dire: il governo Craxi in quello stesso anno tagliò di tre punti la contingenza (elemento su cui si innestò la successiva abrogazione della scala mobile), il Pci perse il referendum per l'abrogazione del taglio dei tre punti di contingenza, Craxi stesso rimase Capo del governo per altri tre anni e il Pentapartito sopravvisse al "sorpasso" per altri otto.
La storia si ripete due volte diceva Hegel. Marx aggiunse che la prima volta è tragedia e la seconda è farsa.
E' per questo che il M5S è guidato, avvedutamente, da un comico.


venerdì 31 gennaio 2014

Il PUPU, lo SPUTO e le "Grandi Riforme": one people, one state, one president.


http://maurobiani.it/

Il PUPU, Partito Unico del Pensiero Unico (cioè il Piddì e tutto quello che è alla sua destra, alla sua sinistra e al suo centro ad esclusione di un gruppetto di giovini ribaldi con le idee un poco confuse) continua la sua avanzata travolgendo uomini e cose verso la meta finale: lo Stato del Pensiero Unico Taumaturgico Onniscente (SPUTO).
La meta è a pochi passi e si tratta ormai soltanto di formalizzare una situazione di fatto.
La società europea, e quella italiana non fa eccezione, è infatti una società politicamente divisa in due parti: una - maggioritaria - che ha accettato in toto o in larga parte il Pensiero unico dominante (liberista in economia, atlantista in politica estera, formalmente democratico nella sua ispirazione ma di fatto oligarchico e antidemocratico) e un'altra parte - minoritaria - variopinta, frammentata e raccogliticcia che ha dentro di tutto: neofascisti, nazionalisti patriottardi, comunisti di ogni ordine e grado, grillini e, insomma, tutto quello che in qualche modo - e a suo modo - si oppone al Pensiero unico.

Il modello di riferimento

Il modello ispiratore dello SPUTO è, naturalmente, la patria della democrazia moderna, cioè gli USA. Uno stato dove l'elettorato attivo è una minoranza della popolazione avente diritto, dove vige il bipartitismo perfetto, dove un parlamento di qualche centinaio di persone legifera nel nome di una popolazione di centinaia di milioni di individui e dove un governo iperdecisionista affronta qualunque tema e argomento dello scibile umano attraverso la figura del Presidente dell'Unione: una specie di autocrate con poteri pressocché illimitati e largamente dipendente da una moltitudine di gruppi di pressione industriali, militari e bancari.
Il bipartitismo perfetto statunitense ha due caratteristiche essenziali. La prima è quella di essere un bipartitismo del tutto formale: le politiche economiche, quelle sociali e la politica estera dei due partiti (Repubblicano e Democratico) sono, infatti, pressocché identiche da almeno un quarantennio. La seconda è che questi due partiti esistono non perché la popolazione elettorale abbia deciso così, ma perché il sistema elettorale è confezionato per evitare che altri partiti possano nascere.
Il modello dello SPUTO Usa esercita, in Italia ma non solo in Italia, un fascino straordinario e una irresistibile attrazione. Per vari motivi.
Il primo motivo è quello che si tratta di un modello semplificatore che funziona: a fronte di una società complessa e magmatica ("liquida" per dirla con Bauman) c'è un potere politico solido, ideologicamente compatto e rapido nelle decisioni.
Il secondo motivo è che lo SPUTO mantiene la forma democratica (e anche la sostanza in qualche caso, esempio i diritti umani) e l'idea della rappresentanza pur riducendo al minimo le due cose.
Il terzo motivo è che è facile da capire per una massa elettorale sempre meno interessata alla politica e sempre più attratta, per esempio, dai social network: si capisce subito chi comanda (almeno apparentemente) ed è facile alzare, all'occorrenza, il dito indice per indicare il capro espiatorio o battere le mani per acclamare il salvatore della patria.
Questi motivi stanno alla base di una idea molto forte che ha fatto presa presso tutti i partiti che abbracciano l'ideologia del Pensiero Unico: l'idea è quella che una società moderna complessa può essere governata solo con un deficit di democrazia e di rappresentanza. Cioè attraverso una struttura istituzionale focalizzata sul potere esecutivo che deve essere rapido ed efficiente nelle decisioni, abbassare al minimo (l'optimun è lo zero assoluto) le conflittualità dentro gli organi istituzionali e garantire la continuità delle politiche fondamentali del Pensiero Unico indipendentemente dal cambio di maggioranze elettorali.

Un modello bello.

In Europa, per ragioni storiche e politiche, questo modello è pressocché ormai stabilizzato in tutti i paesi maggiori; manca all'appello l'Italia, come tutti i suoi abitanti, ritardataria per definizione.
L'esistenza, nel nostro paese, per circa un cinquantennio, di un potentissimo (elettoralmente e non solo) Partito (sedicente) comunista, a differenza degli altri paesi dove il partito di sinistra era normalmente non comunista ma socialdemocratico (il volto bonario e grassottello del liberismo perfettamente personificato da una nullità come Martin Schulz), ha reso il nostro avanzare verso l'applicazione dello SPUTO lento e zoppicante. Non perché gli ex (sedicenti) comunisti non fossero convinti che fosse la cosa giusta da fare ma perché sembrava una cosa brutta, nel giro di qualche mese, ammainare la bandiera rossa e issare quella a stelle e strisce.
Si è, pertanto, dovuto aspettare qualche annetto. Giusto il tempo che qualche dirigente ed elettore (sedicente) comunista morisse e che si spegnesse la memoria delle feste dell'Unità dove si vendeva il "libretto rosso" di Mao, l'opera omnia dei discorsi del compagno Ceausesco, il "Capitale" versione tascabile e dove ci si commuoveva con la colonna sonora degli Inti Illimani al grido collettivo di "el pueblo unido jamas sera vencido".
Ma non è stato tempo perso, perché, nel frattempo, è venuta a completarsi la trasformazione sociale e politica della popolazione che è divenuta quasi interamente - ed entusiasticamente - liberista-consumista e che ha provato sulla sua pelle l'ebrezza del vento del cambiamento portato dalla caduta del muro di Berlino e, più precisamente e recentemente, le gioie della tv LCD, dell'iphone a rate, dei viaggi low cost prenotati su Internet e, insomma, di tutto quel ben di dio che è il capitalismo moderno.
Una società in movimento (come si dice), terziarizzata e frammentata socialmente ed economicamente, col "popolo delle partite Iva", con un sindacato sempre più in difesa, con un numero divertente di figure contrattuali finto autonome o finto salariate (dipende dai punti di vista) ma con una unica idea fissa in testa: il mondo non può essere cambiato, va per conto suo, tanto vale adeguarsi.
La incontenibile potenza di questa idea è stata solo parzialmente (e poco significativamente) ridotta da quasi cinque anni di crisi economica, come dimostra il fatto che alle scorse elezioni politiche il PUPU (Piddì, Piddielle e consorziati più i centristi duri e puri) ha ottenuto quasi il 70% dei voti alla Camera.
A fronte di questa situazione sociale, come si diceva all'inizio, c'era la necessità di adeguare, finalmente, anche l'impianto istituzionale.
Cioè andare dritti verso la forma stato SPUTO: bipartismo, centralità dell'esecutivo e marginalizzazione di ogni formazione politica (piccola o grande che sia) oppositrice del Pensiero unico liberista.

Facciamolo anche noi.

L'accelerazione di queste settimane data al processo di riforma dell'ordinamento dello stato italiano da repubblicano, democratico e parlamentare a oligarchico, decisionista e autocratico è, dunque, perfettamente comprensibile e, da un certo punto di vista, ovvio.
La scelta dei tempi è anch'essa assolutamente ottima poiché diffusissima e maggioritaria è ormai divenuta l'idea che i mali di questa Italia in crisi non siano dovuti ad un modello economico sconclusionato basato sul liberismo ma agli sprechi della politica, all'"arretratezza" della legislazione sul lavoro (senza l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, come si è visto, l'Italia ha ritrovato un rinascimento economico grandioso), alla corruzione e ad altre comiche stronzate del genere. Pertanto "ora o mai più" oppure "o si cambia o si muore". Insomma le "Grandi riforme" - come ci ripete con l'insistenza di un pappagallo il presidente di tutti Napolitano - vanno fatte "qui ed ora".
In queste condizioni, la legge elettorale in questi giorni in discussione in Parlamento è il primo, necessario, passaggio verso lo SPUTO: la ipersemplificazione del panorama politico necessaria a garantire una maggioranza di governo ad una delle due incarnazioni del PUPU (il piddì e il frastagliato ma, al momento del bisogno, coeso "centrodestra") e la cloroformizzazione di ogni altra formazione politica non aderente al Pensiero unico.
I successivi passaggi, possibilmente prima delle elezioni ma non necessariamente, prevedono la fine del bicameralismo perfetto, la riduzione dei parlamentari e il semipresidenzialismo (con conseguente, straripante, iperpersonalizzazione della politica). Il tutto confezionato nel nome della "governabilità" e della "necessità" di ammodernare il paese.
Il risultato finale, a breve scadenza, sarà uno stato riconducibile non più ad un Parlamento con partiti e posizioni politiche diverse, ma ad un uomo che, vinte le elezioni, rappresenterà il popolo e lo stato stesso, secondo la formula statunitense "one people, one state, one president".
Che in tedesco suona pressappoco così " Ein Volk, ein Reich, ein Fuhrer".

giovedì 18 aprile 2013

No al "largo sconcerto". Ovvero perché Bersani deve fare quello che sta facendo.

Nella foto: giovane elettore piddì sconcertato
Pare che la scelta da parte del Bersani da bettola di scegliere quale candidato alla Presidenza della Repubblica l'ex sindacalista con la pipa in bocca abbia provocato grande sconcerto a sinistra. C'è nei confronti del segretario della Nuova Democrazia Cristiana (Pd), infatti, un fiorire di contestazioni - fino all'insulto - su feisbuch, tuitter e zone limitrofe che manco avesse dichiarato di volere fare eleggere Michele Misseri.

Di fronte a tanto sconcerto, sono sconcertato.

Ché mi chiedo: dove sta il problema?
Nel fatto, come dice il pupacchiotto Renzi, che Marini non è stato manco eletto dove si era candidato alle scorse elezioni?
Oppure nel fatto che nessuno ricordava che Marini esistesse fino a ieri mattina e ne ignorava l'esistenza pure quando era segretario della Cisl?
Oppure nel fatto che è un nome gradito al Berlusconi e, quindi, foriero di larghe intese e salvacondotti per il mecenate delle olgettine?
Oppure perché Casalgrillo, con una mossa da piccolo scienziato via "uebb", ha tirato fuori una serie di nomi graditi non tanto ai grillini, quanto agli elettori del piddì?
No, perché la cosa pare assai curiosa.
Non capisco bene, infatti, quale sarebbe la ragione di tanto malumore.
E mi spiego meglio.
Il futuro presidente della Repubblica, chiunque esso sia, deve avere tre caratteristiche essenziali:
  1. deve essere un fedelissimo della Nato (davvero c'è qualcuno che pensa che il capo delle Forze armate possa essere anche solo minimamente critico verso la santa alleanza contro il male?)
  2. deve garantire, oltre ogni ragionevole dubbio, la non messa in discussione di quanto pattuito dal governo Monti (e quindi dal piddì, dal piddielle e dal piccolo grande centro) con l'Unione europea. E non solo le decisioni già prese (Esm, Fiscal Compact, pareggio di bilancio, riforme del mercato del lavoro, ecc.) ma anche quelle che ancora si devono prendere e che vanno tutte nella medesima direzione del governo sopranazionale liberista.
  3. deve tentare, in maniera indolore ma in tutti i modi, di sgonfiare il più grande problema politico che si sia presentato in Italia da Tangentopoli in poi, sia a livello nazionale che internazionale e cioè il Casalgrillismo (oggetto ancora oscuro e troppo poco manovrabile, visti i tipi che lo compongono e, soprattutto, lo gestiscono). 
Tutto il resto (capacità, garanzie, competenze, ecc.) sono solo sciocchezze buone per chiacchiericci da sala biliardo tra una stecca e l'altra.
Le caratteristiche prima riassunte, infatti, non sono richieste dal famoso "popolo sovrano" nè dalla Costituzione, semplicemente sono richieste dagli accordi che l'Italia ha a livello internazionale e che, per moltissime ragioni, non sono né discutibili né trattabili. E' bene ricordare a qualcuno, infatti, che l'Italia, al pari di altri paesi, è uno Stato a sovranità limitata sia militare che economica e pertanto dispone di pochissimi margini di manovra in questi due ambiti decisivi. E non da oggi, ma da quando ha perso la guerra e da quando è entrata a fare parte delle varie Comunità Europee fino a finire alla più invasiva di tutte: l'Unione europea.
Poste queste condizioni di base, passiamo a come stiamo messi dal punto di vista dei partiti e delle loro posizioni.
Da un lato c'è un partito sconclusionato, il M5S, che passa da posizioni di assoluto rifiuto di qualunque forma di collaborazione con gli altri partiti a posizioni di ricatto (chiamate, simpaticamente, "aperture") nei confronti del resto dell'universo (tipo: "rifiutate il finanziamento pubblico e poi parliamo", oppure: "dateci la fiducia per un nostro governo e poi vediamo", oppure: "votate il nostro candidato a Presidente e poi discutiamo")
Poi un partito, il PdL, dominato da un leader in procinto di andare a finire in galera e che è disposto a tutto pur di salvarsi in qualche maniera.
Ancora, un partitello di improbabili ottimati, quello di Mario Monti, che risponde direttamente al suo elettorato d'oltreoceano (USA) e d'oltralpe (UE).
E infine un partito (il Pd) che doveva vincere a mani basse le elezioni e che invece non solo le ha perse ma rischia di perdersi pure lui.
Questo partito e il suo (momentaneo) leader Bersani, è strattonato a destra e a manca. A manca lo strattona il Casalgrillismo che prima coi suoi rifiuti l'ha costretto a chiedere udienza al Berlusconi e che adesso lo invita a scelte "coraggiose". A destra lo strattona il PdL che gli ricorda quanto siano simili (effettivamente) i loro programmi di governo e, comunque, quando siano simili in termini di fedi atlantiche ed europeiste (pur con finti distinguo).
Siccome l'elezione del presidente della Repubblica è podromica alla costituzione di un governo e alla messa in moto dell'attività delle Camere la situazione è abbastanza seria.
Il bravo Bersani, volente o nolente, deve infatti fare i conti con gli imminenti impegni internazionali (dagli accordi con l'Unione Europea, al rifinanziamento delle missioni militari all'estero, alle possibili "esportazioni di democrazia" in Siria o in Iran, ecc.). E chi garantisce meglio di chiunque altro questi impegni? Casalgrillo e i suoi giri di valzer e la sua democrazia diretta via "uebb"? No,questi impegni li garantisce il Berlusconi. Il quale chiede, naturalmente, qualcosa in cambio. E gliela si deve dare. Cosa chiede è ovvio: continuare a fare politica al riparo da possibili sentenze negative e, prima di tutto, evitare di essere dichiarato "ineleggibile".
Ovvio che in queste condizioni il presidente della Repubblica deve essere eletto entro i primi tre scrutini (quelli che prevedono la maggioranza qualificata) e non oltre. Perché se si arriva allo scrutinio con maggioranza assoluta può succedere di tutto, perfino che venga eletto Rodotà (o Ridolini, anche se è morto).
Da qui la scelta, momentanea, di Marini.
Dico momentanea perché come detto prima non è il nome l'importante, ma le tre caratteristiche prima ricordate che il nome deve possedere. E quindi va bene anche D'Alema o Amato o un nome ancora non fatto. Un  nome cioè che sia di "larga unità" e che porti dritto alle "larghe intese".
In questo contesto, perdonatemi amici malpancisti che avete votato piddì, sel e Casalgrillo, non c'è spazio per "larghi sconcerti".


Nel filmato, YouDem, Marini che gesticola.

domenica 31 marzo 2013

Quinto Fabio Massimo Verrucoso Napolitano, detto il Gambler-Temporeggiatore

A chi opera con calma, ogni cosa è chiara e sicura;
la 
fretta è sconsiderata e cieca.
Il generale, e dittatore romano, Quinto Fabio Massimo riuscì a infliggere ad Annibale attraverso una tecnica di guerriglia e di logoramento severe perdite. Il poverino però non ne ebbe ragione e, alla fine, passò alla storia non per le sue tecniche militari (che i suoi successori però usarono abbondantemente per vincere), ma per essere considerato un perditempo. Anche se non lo era affatto.
Le similitudini (en gros, ovviamente) col nostro presidente della Repubblica e con la situazione attuale sono interessanti.
Gli eserciti "romani" malmessi (piddì, piddielle, montiani) non riescono a coalizzarsi per attaccare e ricacciare là da dove è venuto lo sterminatore AnnibalGrillo e hanno affidato tutto al "dittatore" napoletano ("piena fiducia", qualunque cosa dica, faccia e perfino pensi).
Giorgio Quinto Fabio Massimo - a questo punto plenipotenziario - invece che aggredire frontalmente il barbaro che fa? Lo aggira, cerca di logorarne l'esercito. Come? Da un lato gli dà ragione: si può andare avanti con un governo anche dimissionario benché "non sfiduciato", aggiunge. Grida di giubilo nell'esercito di Annibale: "avevamo ragione! Ora arrendetevi!". Dall'altro lato però lo incastra (e incastra tutti gli altri) giocando d'astuzia con due mosse.
Da un lato benedicendo, momentaneamente, il governo monti, il più "europeista" e "filobanchieri" della storia, sostenuto per 14 mesi dal pd/pdl. Monti nelle prossime settimane dovrà vedersela con la famosa "Europa" e metterà sul tavolo tutte le misure che a Brussels e Francoforte gli imporranno e lì il pd/pdl ritroverà sintonia (volente o nolente).
Dall'altro lato creandosi due commissioncine ad uso proprio che gli serviranno per "captare" tutti i movimenti interni al pd/pdl/monti e, se il tempo e le notizie che gli passeranno lo consentiranno, procedere con un altro colpo a sorpresa: tirare fuori un nuovo mandatario di governo e stavolta non più "esploratore".
 D'altra parte quello che sta veramente a cuore al napoletano non è un governo ma che non si rimettano in discussione gli "impegni" assunti con l'europa e la nato (missioni estere, crisi mediorientale, basi militari in Italia, ecc.), nè si rimettano in discussione passaggi già accettati (Fiscal compact, pareggio di bilancio, ecc.). Se nei prossimi 15-20 giorni non ce la farà a fiaccare le resistenze dell'esercito di AnnibalGrillo e a riportare alla ragione (la sua ragione) il piddì anti "larghe intese" di bersani, non sarà grave. Perché sa che quella è una strada obbligata e che serve solo tempo per ottenere questi risultati.
E la prova del fuoco, quella veramente dirimente, sarà la trattativa per l'elezione del suo successore. Dopotutto, l'esercito del comico "cartaginese" è un problema, ma secondario visto che comincia ad essere inviso a molti di quelli che l'hanno votato. Il problema, quello vero, quello che impedisce le "larghe intese" è l'ingombrante presenza del burlesque che è talmente ingombrante che per quanto siano "larghe" le intese non si riesce a infilarcelo dentro.
 Anche in questo caso il tempo aiuta. Più ne passa più dovrebbero riprendere i maldipancia interni al pdl (a proposito il famigerato e "saggio" ex radicale quagliariello era tra i firmatari dell'appello "Italia popolare" nel dicembre scorso, una specie di corrente filomontiana dentro il partito del burlesque).
In ogni caso, se tutto va bene, entro fine anno dovrebbe arrivare la sentenza definitiva contro il burlesque per il processo Mediaset. Cioè interdizione dai pubblici uffici tra l'altro. Cioè la sua liquidazione politica. Insomma il generale plenipotenziario Giorgio Fabio Massimo non solo è un abile temporeggiatore ma anche un ardito giocatore d'azzardo. Passerà alla storia come Giorgio Cuntactor Gambler.

sabato 23 marzo 2013

Rimozione forzata


Il problema 

L'unico vero, serissimo, quasi irrisolvibile, problema che ha davanti il giovine esploratore Bersani per l'unico governo possibile - ovvero quello detto di "grande coalizione" (pd + pdl + montiani) - si chiama Berlusconi. E non intendo il suo partito, ma proprio la persona fisica.
Berlusconi è infatti diventato irresistibilmente, e per tutta una serie di ragioni, inviso:

  • agli Usa (caso Gheddafi in primis e amicizie putiniane in secondis nonché molto altro ancora); 
  •  ai tre padroni dell'UE cioè Inghilterra, Francia e Fermania (per la sua riluttanza, meglio: la riluttanza dell'ex ministro plenipotenziario Tremonti, alle politiche del "ce lo chiede la germania") 
  • alla marea montante degli ex berlusconiani, ex leghisti, ex rivoluzionari comunistoidi, ex piddini delusi, ex fascisti antifiniani, ex astensionisti e ogni altra categoria di "ex" possibile ed immaginabile oggi felicemente grillini. 
Le recenti disavventure giudiziarie del Silvio nazionale (processi di Milano, l'inchiesta sui due/tre milioni dati a quel pachiderma sempre sul punto di esplodere chiamato De Gregorio) lo rendono, per sovrammercato in questo momento, ancora più impresentabile (ammesso che sia possibile) di fronte a una opinione pubblica nazionale maggioritaria (pd e grillini). Insomma, proprio non se ne può parlare.

Il falso problema 

L'esplorazione di Bersani pertanto non è rivolta a verificare la possibilità di un accordo "tecnico" per un programma di "emergenza nazionale" con Casalgrillo (attraverso i suoi portavoce in parlamento, chiamati, erroneamente, senatori e deputati). Quello è un falso problema e non necessita di alcuna soluzione come tutti i falsi problemi. Bersani sa benissimo che è una cosa impossibile e che il "modello Sicilia" (Crocetta + Udc + Pd + M 5S) non è replicabile per alcune ragioni tecniche (il voto di fiducia che in Sicilia non vincola nulla visto che il Presidente si elegge direttamente) e, soprattutto, politiche. I grillini, infatti, vogliono assolutamente un governo di "grande coalizione" senza di loro perché non è questa la legislatura che gli interessa, ma la prossima, dove prevedono di arrivare primi assoluti se, e solo se, non si "contaminano " con la Kasta (pd, pdl e tutto il resto). E quindi il loro no ad un governo è assoluto.
L'esplorazione di Bersani va quindi in un'altra direzione: provare a vedere quanti pidiellini sono disposti (con o senza l'avallo del loro presidente) a votargli la fiducia. Si tratterà di capire cioè come avere un governo di "grande coalizione" senza avere tra i piedi Berlusconi. Un governo con numeri tali da assicurare alcune misure necessarie di sopravvivenza del sistema e ritardare il più possibile il momento in cui tutto andrà in malora o perfino annullare questa possibilità, e cioè:

  • non suscitare le ire della Trojka e del loro dio unico (il mercato/spread); 
  • calmierare in qualche maniera le turbolenze di un elettorato di cui si sta perdendo il controllo (con misure ad effetto ed altre reali ed incisive tipo reddito di cittadinanza, pagamento aziende fornitrici della P.A., aumento pensioni minime, riduzione costi della politica ecc.); 
  • evitare deragliamenti del sistema democratico. 

La soluzione al problema 

Se il capo del Pdl non fosse Berlusconi ma, poniamo, Monti o qualcuno più presentabile, domani sera avremo un governo.
Siccome a capo di quel partito c'è invece il suo fondatore e leader carismatico tutto diventa difficilissimo. A meno che Berlusconi non scompaia dalla circolazione: arrestato, di sua sponte (magari con un lasciapassare per Mosca o qualche altra promessa seria sulla sua incolumità fisica ed economica) oppure abbandonato da una parte dei suoi parlamentari. Liberato il campo dal macigno tutto diventerebbe più semplice. Ed è per questo che sono convinto che si lavori in questa direzione e non in altre. La "neutralizzazione" di Berlusconi, ma non dei suoi parlamentari che invece dovrebbero essere cooptati in un governo, è la sfida che ha davanti a sè, prima ancora che Bersani, Napolitano.
L'affidamento di un incarico esplorativo al primo è solo prendere tempo. Napolitano sa che è difficile e, secondo me, sta già lavorando ad un nuovo governo "del Presidente" con un altro personaggio "super partes" ma non troppo (magari un tipo come Renzi). Un governo tecnico-politico, chiamiamolo così, con nomi belli, presentabili, affidabili e che siano contemporaneamente garanzia per la trojka, per gli americani e che soddisfino nel più breve tempo possibile esigenze diffuse senza manomettere equilibri internazionali (militari e finanziari soprattutto).
Andare ad elezioni tra sei mesi, con questa o un'altra legge elettorale, in condizioni di instabilità politica tanto evidenti significa non un salto nel buio, significa il caos greco. E un paese di sessanta milioni di abitanti non è maneggevole come uno di meno di dieci milioni (già una bella fatica peraltro).
Non conviene a nessuno. Manco a Casalgrillo.
O forse no.