mercoledì 29 maggio 2019

LA COMPLESSITÀ, LA NECESSITÀ DI SEMPLIFICARE LA COMPLESSITÀ E LA (QUASI) SCOMPARSA DELLA SINISTRA





Il quadro generale
Io credo che tutte, o quasi, le spiegazioni sul risultato (atteso) delle elezioni europee in Italia siano ragionevoli e sostenibili.
Mi riferisco, quando parlo di risultato, alla pressocché scomparsa di qualunque cosa possa definirsi "sinistra" dalla scena della rappresentanza politica e alla contemporanea divisione in due dell'elettorato.
Da una parte forze di destra con una chiara vocazione autoritaria (formalmente ossequiosa ai valori liberali e costituzionali) e una altrettanto chiara vocazione liberista con tratti corporativisti (Lega e FdI).
Dall'altra forze di un'altra specie di destra. Ondivaghe, altalenanti, incerte che tentano di trovare sintesi tra pulsioni autoritarie e rispetto di regole liberali e tra liberismo, protezione sociale e diritti civili eppure, malgrado queste contraddizioni, in grado di attirare, con vicende alterne, grandi consensi (PD, Fi, M5S).
Le spiegazioni sul perché la sinistra (intendo quella cosidetta "radicale" che in realtà altro non è altro ormai, tecnicamente, che socialdemocrazia politica e keynesismo economico) non riscuota più alcun successo elettorale sono note.
Vanno dalla scarsa/inesistente presenza sul territorio (specie quello più disagiato delle periferie) alla scarsa visibilità mediatica, alla confusione programmatica, all'assenza di leader in grado di convogliare su di sé attenzioni, alla tradizionale litigiosità tra formazioni sempre più atomizzate e sempre più conflittuali.
Considero queste ragioni difendibili, fondate, anche se non completamente vere. In ogni caso non bastanti a spiegare la scomparsa dalla scena politica di quel tipo di sinistra.
Sì, è vero la sinistra non ha più radicamento territoriale. Però non ne aveva neppure il M5S e men che meno la Lega al di sotto della linea gotica. Come è possibile che queste forze in poco tempo siano diventate dominanti sulla scena politica? Non convince neppure completamente la visibilità mediatica. Il M5S per lungo tempo è stato letteralmente "oscurato" dai media e malgrado questo è diventato uno dei partiti più importanti di questo paese. Come convince poco dire che la sinistra ha programmi incomprensibili. Chiunque abbia letto un programma di partito (vincente) sa benissimo quanto quei programmi siano illeggibili e, non raramente, sconclusionati.
Insomma, le ragioni note sono convincenti ma si prestano a obiezioni altrettanto fondate.
Deve esserci qualcos'altro che, aggiungendosi a queste motivazioni, spieghi meglio il perché della scomparsa della sinistra.

Società complesse e partiti semplificatori
Io ho l'impressione che a queste ragioni ne manchi una (a mia conoscenza). E riguarda un fatto sociale, non politico. Il fatto sociale è che quella sinistra rispecchia - nel modo di porsi, nel modo di ragionare, nel modo di comportarsi - una specificità delle società contemporanee nelle quali viviamo. Ovvero la estrema complessità dei problemi che la caratterizzano e la estrema complessità del suo funzionamento. La sinistra è complessa da capire come la società nella quale viviamo e sconta un problema serio di comprensione.
Cerco rapidamente di spiegarmi meglio con qualche esempio.
Alla domanda che si fanno in molti "che facciamo di fronte a questi flussi migratori biblici?" un leghista risponde in maniera semplice: "chiudiamo le frontiere. Ne va della nostra sicurezza sociale e della nostra identità". Uno di quella sinistra cui mi riferisco comincia invece un sermone infinito sullo sfruttamento da parte del capitale sui poveri della terra, sul fatto che gli occidentali creano guerre ad hoc per rubare risorse naturali a chi le ha, sul fatto che le migrazioni storicamente ci sono sempre state e siamo tutti imbastarditi, sul fatto che non è vero che gli immigrati rubano lavoro o case popolari o vettovaglie dalla cambusa perché in realtà ci arricchiscono con la loro cultura, ecc. ecc. Secondo me, ovviamente, è tutto verissimo. Ciononostante il ben noto pastore abruzzese, il bracciante lucano, la casalinga di Treviso e, aggiungo, il regista romano, il disoccupato di Riace, lo studente di Enna o l'imprenditore di Saluzzo di fronte alla risposta secca e assertiva del leghista e a quella chilometrica di quello di sinistra, preferisce la prima. Se non altro perché non ha molto tempo a disposizione visto che ciascuno deve, rispettivamente, pascolare le pecore, irrigare i broccoli, spolverare la credenza, girare un film, cercare un lavoro su internet, studiare per l'esame, telefonare al commercialista.
Un altro esempio? Alla domanda "se mi entra un ladro in casa che devo fare?" un leghista risponde "sparagli". Uno di sinistra, invece, sgrana un rosario che non finisce più. E via dunque con il "bisogna vedere caso per caso", non possiamo diventare giustizieri della notte, i ladri sono il prodotto di una società basata sullo sfruttamento, forse non era un ladro ma il tecnico dell'ascensore. A fronte di queste alternative il pastore abruzzese e tutto il resto della comitiva preferisce la risposta del leghista.
Ovviamente.
E dico ovviamente perché è del tutto naturale che un essere umano di fronte alla complessità scelga risposte e azioni semplici che semplifichino quella complessità. Lo facciamo tutti. Ogni giorno. Su qualunque cosa. Nessuno si è mai letto il bugiardino dell'aspirina che si prende per il mal di testa e men che meno si è preso la briga di capire quale è il meccanismo per il quale l'aspirina ha un effetto benefico in certe condizioni. Gli basta che il dottore gli abbia detto che funziona. Nessuno legge i contratti di assicurazione della sua automobile. Gli basta che il suo agente gli dica che è tutto a posto.
Ora, la nostra società è di una complessità che disarma chiunque. Non c'è argomento dello scibile umano che non richieda per essere non dico capito, ma anche solo interpretato alla meno peggio, una conoscenza approfondita di quell'argomento. Quanti di noi, ad esempio e visto che il tema è da prima pagina, conoscono la differenza che c'è tra Consiglio d'Europa e Consiglio europeo? Quanti hanno idea di cosa sia il 5G? Quanti sono in grado di discorrere con competenza di come funziona un inceneritore e del ciclo dei rifiuti? E, soprattutto, quanti sono in grado di padroneggiare tutti questi argomenti e i mille altri che compongono la nostra quotidianità? Pochissimi probabilmente. Forse nessuno. Bisognerebbe studiare giorno e notte per anni per venire a capo di tre o quattro cose in maniera approfondita. E non si sarebbe neppure sicuri di averlo fatto bene perché al fattore complessità si aggiunge il fattore velocità. Non passa giorno che un qualsiasi capitolo della conoscenza umana non segni cambiamenti di rilievo che rivoluzionano o cambiano profondamente lo stato della conoscenza stessa.
Ecco, la questione sociale di fondo sta in questo.
C'è oramai una specie di saturazione rispetto alla complessità ed alla velocità. Circola, ho la forte impressione, una esigenza insopprimibile di mettere ordine, di rallentare, di semplificare, di capirci qualcosa o, in alternativa, di trovare qualcuno di cui fidarsi che abbia risposte pronte e semplici da capire a problemi che non si capiscono.

La sinistra complessa e complicata. Che fare?
I più grandi partiti, ormai tutti di destra (con questa espressione indico tutti quelli liberisti o vicini al liberismo indipendentemente dalle loro posizioni in fatto di diritti civili), lo hanno capito da tempo. E si comportano in maniera conseguente. Usano slogan facili per problemi complicati. Usano il linguaggio comunicativo della pubblicità moderna, lo spot, per indicare una soluzione, una via d'uscita a problemi reali o immaginari in ogni caso complessi.
Quel che resta della sinistra non fa questo.
Oppone alla complessità altra complessità.
Cerca di spiegare il suo punto di vista servendosi di analisi spesso sofisticate. Non interessa qui discutere quanto siano giuste o sbagliate quelle analisi, interessa segnalare in che modo quella sinistra risponda ad una esigenza di semplificazione della conoscenza. Risponde con la complessità.
E perde consenso (o, il che è lo stesso in queste condizioni, non ne acquista) a vantaggio di chi propone semplificazione e semplicità.
Se questo è vero si pone allora una domanda essenziale: in queste condizioni come si riesce ad evitare la morte della sinistra? Basta allinearsi al linguaggio semplificatorio degli altri magari opponendo ai loro slogan altri slogan di segno contrario? No, ovviamente.
Credo che l'ultima cosa da fare sia questa. Rinunciare ad un pensiero complesso che cerca di capire la complessità è una specie di tradimento politico e intellettuale.
Penso piuttosto che sia necessario qualcosa che accade già anche se in maniera estemporanea, non pensata, non chiara.
Fare fronte comune, non disperdersi, rinunciare per quanto possibile alla conflittualità gruppuscolare (e crespuscolare), percorrere le vie del mutualismo popolare che PaP sta cercando di rendere metodo per reinsediarsi nei territori, non rinunciare alla rappresentanza politica mai.
Sarebbe bella cosa comprendere che l'estinzione della sinistra, della sua idea fondativa e della sua ragione di esistere, cioè la giustizia sociale, non è un problema personale ma collettivo.
L'assenza sulla scena politica di una identificabile forza che ponga al centro della sua azione la giustizia sociale non è un fatto di folklore o di tradizione che per ragioni di pura conservazione della memoria non va dispersa.
E' fare sparire dal senso comune una idea, un riferimento politico e morale, che è stata alla base del miglioramento delle condizioni di vita di centinaia di milioni di persone da due secoli a questa parte.
E', in altre parole, una sciagura sociale.

sabato 21 aprile 2018

IL RITORNO DI MENENIO AGRIPPA. OVVERO DEL CORPORATIVISMO 2.0

La menzogna
Come diceva Goebbels? Che a forza di ripetere una bugia quella diventa una
verità? Ecco, a me pare che nell'epoca politica in cui viviamo - non solo in Italia - stia trionfando o abbia trionfato la menzogna. Per essere più preciso mi riferisco alla menzogna - ripetuta in Italia dalla Lega e dai 5stelle o in Francia da Macron - secondo la quale la Destra e la Sinistra siano categorie superate, vecchie e inutilizzabili. L'unica che può essere utilmente usata è la categoria del "fare bene" per il "popolo".
E' la teoria secondo la quale la politica agisce in base ad una forma di "bene comune" immediatamente percebibile da chiunque: riparare le buche e togliere la spazzatura regolarmente dalle strade, non posteggiare in seconda fila, curare i giardini pubblici, mettere in galera i ladri e buttare la chiave, abbassare le tasse sempre e a tutti, usare lo Stato per risolvere i problemi dei privati e onesti cittadini che lavorano duramente e non arrivano a fine mese, ecc.Tutte queste, come amano ripetere alcuni, non sono cose di destra né di sinistra: sono cose di "buon senso".
In questa prospettiva, in effetti, non c'è bisogno di distinguere tra destra e sinistra, perché la distinzione è semplicissima e si misura in base alla capacità che hanno i partiti e i loro rappresentanti di risolvere un problema (le strade sfossate ad esempio: se dopo un tot di tempo la strada continua ad essere impraticabile l'amministratore/politico è inefficiente, altrimenti no). Il criterio che distingue gli uni dagli altri è dunque l'efficienza del singolo o del partito/movimento cui appartiene rispetto ad un altro. L'efficienza, va da sé, è un criterio giudicato assolutamente indiscutibile, autoevidente, lapalissiano e mira ad assicurare a "tutti" uno standard di vita pubblica (e privata) considerato, nel famoso immaginario collettivo e quindi per questo fumoso e indefinito, adeguato ai tempi che corrono, ovvero moderno, ovvero da "paese normale".

Il vecchissimo che passa per nuovissimo
L'idea che sta alla base di questo pensiero - tanto elementare quanto intellettualmente disonesto se veicolato da qualcheduno meno analfabeta di altri - è che in una società non esistano, non siano mai esistiti e non possano esistere, interessi confliggenti tra classi sociali (o anche ceti e perfino categorie). Le divisioni, ovviamente, ci sono. Quello che si nega è che queste divisioni possano essere usate per le scelte politiche. La logica è che ciascun individuo, ciascuna classe, collabora con gli altri e le altre per un "superiore" bene comune collettivo: quello di tutto il "popolo".
Non vi sa di più vecchia, molto più vecchia e retrograda, questa interpretazione della politica rispetto a quella di destra e sinistra? Non vi ricorda niente e nessuno? Vediamo se con una citazione va meglio:

           «C'è stato un tempo in cui le membra dell’uomo, constatando 
             che lo stomaco se ne stava ozioso ad attendere cibo, mentre 
             loro faticavano non poco per portarglielo, decisero che le mani 
             non portassero cibo alla bocca, che la bocca, eventualmente, lo
             accettasse, che i denti, eventualmente, lo masticassero. Successe
             però che mentre operavano così per domare lo stomaco si
             indebolirono esse stesse e l'intero corpo giunse a deperimento
             estremo. Da qui si mostrò che lo stomaco non è un pigro ma 
             colui che dispensa e distribuisce a tutti il cibo che riceve sotto 
             altre forme. Le membra tornarono quindi in amicizia con lui e
             ripresero come prima.
             Ecco, amici, allo stesso modo patrizi e popolo, come fossero 
             un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia
             rimangono in salute.»

E' l'apologo di Menenio Agrippa, senatore romano, che la leggenda dice egli pronunciò - cinquecento anni prima di Cristo - alla plebe romana parecchio incazzata per le crescenti pretese e i privilegi smisurati che i patrizi accumulavano a sue spese.
La fine è nota.
La plebe, convinta da Menenio, tornò a fare la plebe servile e il patriziato a servirsi di essa per molti altri secoli.
Perché per molti, moltissimi altri secoli, questa interpretazione della società restò dominante. Con le buone e anche con le cattive. E' l'interpretazione organicista, o corporativa, della società umana.
Non ci sono servi e padroni, né sfruttati e sfruttatori, né privilegiati ed emarginati. Non ci sono perché tutti, ciascuno per la sua parte, collabora acché tutto il corpo, cioè tutto il "popolo", stia in buona salute.
Non ci vuole molto a capire che si tratta di una interpretazione della società, ancora prima che falsa, fondata su alcuni concetti primitivi. E cioè sulla gerarchia sociale naturale basata sulle capacità che ha ogni individuo (per cui emerge chi è meglio dotato), sull'immodificabilità della sua struttura che è eterna, sulla necessità storica che debbano esistere diseguaglianze e differenze anche profonde tra individui e classi di individui perché proprio queste assicurano la buona salute a tutto il popolo.
C'è solo un problema in questa interpretazione della società. Ed è un problema grande come una casa. E cioè che questo modello non distribuisce benessere a tutto il "popolo" ma solo ad una parte di esso: a quella più ricca. E, quel che lascia senza parole, è che lo fa sfacciatamente.
Succedeva coi patrizi e con la plebe romana, succedeva coi feudatari e coi servi della gleba medievali e succede adesso con quella porzione di capitalisti ultra ricca e ultra potente che domina il pianeta e con tutto il resto della popolazione che subisce le loro decisioni, i loro capricci, le loro speculazioni, i loro privilegi di cui mai si saziano.
Negare, come fanno i corporativisti di oggi questo stato di cose, non è negare l'evidenza: è agire in maniera goebbelsiana. Ripetere menzogne per farle passare per verità.


Il Corporativismo ai tempi dell'iPhone
Il corporativismo moderno, cioè quello rinato tra l'ottocento e il novecento, ha tre filoni principali. Quello nazionalista, fondato sul concetto di popolo come unità di sangue eterna tra individui. Quello cristiano fondato sull'unità del "gregge" che segue gli insegnamenti dei suoi "pastori". Quello fascista fondato sull'idea di Stato che risolve in sè ogni frattura, ogni divisione, ogni conflitto sociale attraverso la collaborazione (forzata se del caso, ed è il caso) tra le varie classi.
Più recentemente, diciamo a partire dalla seconda metà del secolo scorso, si è aggiunto il corporativismo liberista.
Questo - non credente ma laico se non ateo, non nazionalista e non fascista - si distingue dagli altri per l'idea secondo la quale non c'è alternativa ad un sistema fondato sul mercato, sulla sua  autoregolazione, sulla gerarchia naturale delle classi e degli individui che, attraverso l'impegno e il duro lavoro delle classi dominanti prima di tutto, assicura il meglio possibile a tutti.
E' il capitale, la sua impresa, al centro di questa ideologia: la libera iniziativa imprenditoriale assicura il lavoro; la libera circolazione di merci e di forza lavoro assicura i prezzi migliori a parità di prodotto; il rispetto della eterna legge della domanda e dell'offerta garantisce l'efficienza, l'ottimo per tutti. Al contrario lo Stato, se dotato di iniziativa economica, assicura inefficienza, disonestà, lungaggini burocratiche e, alla fine, morte distruzione e disperazione. Il solo compito dello Stato è garantire l'efficienza del mercato con piccoli ritocchi qua e là quando occorre e una giusta dose di paternalismo verso i cosidetti "meno fortunati" assicurando loro, laddove strettamente necessario, quel minimo di vettovagliamento, di vestiario, di istruzione, di beni di consumo e di reddito perché non produca danni al Sistema.
La fine della società basata sull'industria fordista - che alimentava il successo dei partiti di massa di sinistra - e l'avvento della società terziarizzata del benessere diffuso e del consumismo compulsivo ha prodotto da un lato il declino dei partiti di sinistra sempre meno capaci di capire (almeno a livello di dirigenti) quello che stava succedendo e il risorgere, sempre più potente, dell'ideologia corporativista. Specie di quella nazionalista e di quella liberista. E' accaduto praticamente ovunque ed è accaduto, pur con qualche lentezza, anche in Italia.

Qui. Ora.
Il recente risultato delle elezioni italiane ha fotografato in pieno questo stato di cose.
D'altra parte sono decenni che i partiti fanno a gara su chi è più corporativista.
Berlusconi, per tenerci sul recente, ha fondato la sua prima, vittoriosa, campagna elettorale con la propaganda secondo cui era operaio, imprenditore, attore, casalingo. Era il "tutto" che assicurava a tutti libertà e benessere. Il corporativista liberista.
La Lega, poco prima, ha negato l'esistenza dei conflitti di classe fondando il suo successo sull'idea di territorio e di popolo (padani, come il Grana), cioè di nazione. Oggi, grazie ai buoni uffici del giovane rampante Salvini, la Lega (non più "nord") ha abbandonato l'opzione padana e si è concentrata su quella più redditizia italica. Ma sempre corporativismo nazionalista è e resta.
Il Partito democratico, volendo fondere il corporativismo cattolico e quello liberista, ha cercato una "terza via" che però, siccome non esiste, ha finito per fare trionfare il corporativismo liberista (la recente questione del Partito della Nazione, tirata fuori da Renzi qualche tempo fa, né è la prova più evidente).
E, infine, abbiamo il corporativismo a cinque stelle, che è corporativismo liberista con più accesi colori paternalisti (il reddito di cittadinanza o come si chiama) e moralistici ("onestà, onestà, onestà").
Tutti questi corporativismi hanno differenze tra loro. Ma tutti condividono l'impostazione di fondo di una società orgnicista fondata sul modello di Menenio Agrippa.
Le differenze sono di poco conto e sono per lo più confinate ad elementi personalistici. Ma l'elemento comune, la visione del mondo secondo una logica organicista, quello è un elemento unificante, assolutamente potente e in grado di metterli d'accordo tutti. Non esistono più partiti anti "sistema", piuttosto esistono partiti con differenti valutazioni sul "sistema".
Quel che c'è va benissimo, occorre solo qualche aggiustamento.
E' per questo motivo che mi trovo tranquillo e, a tratti disinteressato o divertito, (come moltissimi altri a dire il vero), circa quello che succede a livello politico in questo paese.
Questi qua - sedicenti democratici, fascioleghisti, onestissimi cinquestellisti, satrapi berlusconiani - non possono che andare d'accordo; non possono che mettersi d'accordo per il superiore bene del "popolo" che non arriva a fine mese o che ci arriva e torna indietro.
Che ci siano di mezzo i vari Renzi, Salvini, Di Maio, Berlusconi è un dettaglio dell'industria dello spettacolo nella quale siamo immersi, sono solo nomi. Etichette da mettere (e cambiare all'occorrenza) su barattoli che hanno lo stesso contenuto e che è desiderato, prima di tutto, dall'elettorato.
Che vuole le strade senza buche, i ladri in galera, l'iphone e poco altro.

giovedì 1 marzo 2018

A che (e a chi) serve “Potere al Popolo”

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sul mio profilo Facebook il 29 dicembre 2017

L'aneddoto  
L'altra sera, ad una riunione organizzativa di PaP al momento dell'immancabile nonché articolato (lungo) e approfondito (eccessivo) dibattito, ha preso la parola un partecipante dicendo (più o meno): "Che cos'è il popolo? Chi è questo popolo? Il popolo siamo tutti, giusto? Quindi è fatto pure da quelli con l'iPhone, da quelli con la Mercedes. Vabbé, allora a questo popolo io manco una scarpa vecchia ci darei, altro che il potere. Salutiamo a tutti". 
A questo punto, il Nostro, imbocca la porta e se ne va.
 Risolta la temporanea sorpresa dei presenti, s'è passato avanti.
 
Il Sistema 
E però la questione sollevata dal partecipante, non è tanto peregrina. E, anzi, introduce perfettamente quello che vorrei dire. 
Ovvero che se il "popolo" è inteso quale complesso indistinto di individui che compongono uno Stato, l'Italia ad esempio, c'è poco da fare. Questo popolo è fatto anche (e maggioritariamente) da chi vede nel consumo ossessivo di beni (iPhone) e nella sua ostentazione (andare in giro con la Mercedes) una delle ragioni, se non la più importante, che giustificano l'accettazione del sistema economico, che è anche sociale, nel quale viviamo. La profezia di Herbert Marcuse, che già nei primi anni '60, parlava di "uomo ad una dimensione" - quella di consumatore con la sola libertà di scegliere tra i beni offerti dal mercato - così come quella di Pier Paolo Pasolini che parlava di "mutazione antropologica" del "popolo" italiano nella direzione, appunto, del piccolo
borghese consumista e sradicato, a me pare si siano avverate. 
Se non altro perché l'omologazione culturale totalizzante (e totalitaria) fissata dal Sistema capitalistico-consumistico attorno a pochi concetti quali l'individualismo, la virtualmente l'illimitata offerta di beni di consumo, la concorrenza (tra individui e non solo tra imprese), la necessità insopprimibile di ostentare simboli di benessere che qualificano chi li possiede, è un fatto. Un fatto difficilmente contestabile che attraversa tutta la società: dal sottoproletariato urbano, alle star del dorato mondo dello spettacolo. 
Credo sia talmente vero quello di cui parlo che una prova, una delle tante, sta nel fatto che chi è stato duramente colpito dalla crisi (in termini economici, quindi in termini di potere d'acquisto e quindi ha cambiato status: da consumatore in grado di soddisfare buona parte dei bisogni indotti dal sistema a individuo tagliato fuori da quel sistema o appena alle soglie) non reclama cambiamenti di sistema, non vuole né sogna mondi nuovi. Pretende invece il ripristino dello status di consumatore precedente. 
Non c'è sfiducia nel sistema capitalista-consumista. C'è sfiducia in chi lo gestisce. 
Non si contesta il sistema, ma alcuni suoi attori. 
Da qui, mi pare di potere dire, deriva quella ormai consolidata tendenza di una parte consistente di "popolo" a considerare i politici dei corrotti che curano solo i loro interessi. Ovvero gentaglia al soldo di qualche potente (banchiere nella maggior parte dei casi, non sbagliando del tutto) che cura i suoi interessi - e quelli del banchiere - a discapito degli interessi di chi è colpito dalla crisi.
 
La paura 
Da questo cambio di status (economico e anche sociale e culturale) che ha colpito in Europa e in Italia una moltitudine di individui, deriva anche la paura.
La paura del peggioramento della propria condizione per chi l'ha mantenuta e quella di continuare a sprofondare nella condizione di non consumatore (o povero se si preferisce) per chi quella condizione ha perso. 
Chi ha paura, ha paura di cosa? 
Di tutto quello di cui non si accorgerebbe nel caso il suo status fosse stato conservato: degli immigrati (che diventano invasori nonché ladri di posti di lavoro), del futuro tecnologico (che fa perdere posti di lavoro per l'automatizzazione dei sistemi di produzione), della globalizzazione intesa come "delocalizzazione" delle imprese che sottraggono posti di lavoro nel paese di origine (colpito dalla crisi), della perdita di identità causata dall’incipiente melting-pot etnico e culturale. 
Questa paura ha un risvolto politico. 
Da qualche anno assistiamo ad un progressivo ingrossarsi di formazioni politiche il cui obiettivo dichiarato è quello di fermare l'invasione degli immigrati (anche con la forza), di ripristinare il "primato" o l'"interesse" nazionale attraverso cambi radicali di politica economica che favoriscano le imprese "nazionali", di ripristinare l'identità nazionale attraverso la riscoperta delle "radici" e della tradizione e liquidare la "casta" di politici corrotti che hanno portato alla situazione di crisi attuale sostituendola con una nuova classe di veri patrioti o di individui che con quella "casta" nulla o pochissimo (e per questo quindi credibili) hanno a che vedere. 
Sono le formazioni di estrema destra che fioriscono praticamente ovunque in Europa e che in Francia, pochi mesi fa, concorrevano addirittura alla presidenza della Repubblica. O che in Italia, rappresentate dalla Lega salviniana e da tutto quello che gli sta intorno (Fratelli d'Italia, Casa Pound, Forza Nuova) si apprestano a diventare forza politica in grado di condizionare pesantemente le scelte parlamentari (che siano o meno al governo). 
Restando in Italia, anche il Movimento 5 Stelle fa parte di questo blocco di elettorato composto da chi ha "paura". E' di gran lunga più ambiguo della Lega (il recente caso dello ius culturae per cui si invocava una specie di arbitraggio dell'UE o la questione Euro sì Euro no ne sono alcune delle tante testimonianze) e non può definirsi né chiaramente né stabilmente di estrema destra. Ma questo in gran parte è dovuto al fatto che i suoi fondatori e gestori (il duo Grillo-Casaleggio) sono molto sensibili ai sondaggi e si muovono con circospezione su temi complessi (quali il razzismo, l'immigrazione, le relazioni internazionali, ecc.) preferendo il profilo basso su questi e insistendo invece molto sulla "onestà" e sul buon governo contrapposto alla corrutela e al mal governo che caratterizza gli altri partiti (tutti gli altri, beninteso). 
 
La fiducia 
Accanto a chi, colpito dalla crisi ha paura, c'è anche chi dalla crisi e dall'impoverimento è stato solo sfiorato o per nulla toccato, ha conservato il suo status di consumatore ottimale e considera la crisi un accidente di percorso del lungo cammino di progresso che il Sistema capitalistico consumista incontra inevitabilmente di tanto in tanto. 
La risposta alla crisi è quindi quella di "aggiustare" il percorso del Sistema con piccoli (e pure grandi) e mirati interventi chirurgici che ne limitino i danni e facciano dispiegare invece tutte le potenzialità che il Sistema offre. La crisi mondiale, dice il “popolo” liberista e fiducioso, del 2008 che attanaglia l'Italia da poco dopo è amplificata, rispetto ad altri paesi, da un assetto istituzionale "vecchio", da una burocrazia opprimente, da un tessuto economico (che
coinvolge imprese, lavoratori e sindacati) non all'altezza delle sfide di modernità e da un sistema di formazione complessivamente non in linea con quello che il "mercato" (cioè il Sistema) pretende. 
Il Jobs Act, lo svuotamento dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, il pareggio di bilancio in Costituzione o la (fallita) riforma costituzionale che mirava a "snellire" le procedure legislative in favore di una maggiore autonomia dell'esecutivo (che diventava allo stesso tempo organo legiferante e di governo nella pratica anche se non nella lettera) sono tutte misure volte a rendere "moderno" e “competitivo” internazionalmente l'intero apparato che va sotto il nome mediatico di "Sistema Italia". 
Il PD, Forza Italia e i tanti partiti centristi (Liberi e Uguali compreso) che sono sulla scena politica italiana, danno rappresentanza e sono coerenti con le attese che il "popolo" della cultura del capitalismo-consumista chiede e si attende. Ne sono interpreti e ispiratori allo stesso tempo. 
Le differenze tra questi partiti sono, come dire?, sfumature. 
Di stile più che di sostanza.
 
La sfiducia 
Esiste un altro blocco di "popolo" accanto a quelli della paura e della fiducia. E' un popolo estremamente variegato nella sua composizione e che si manifesta agli appuntamenti elettorali principalmente. E' il popolo o il partito dell'astensione. 
La sua composizione en gros a me pare la seguente. 
In primis la componente del sottoproletariato urbano. Tradizionalmente questa componente è poco partecipativa politicamente e per nulla definita ideologicamente. E, specie nel sud Italia, si è sempre mobilitata attraverso il voto di scambio (moneta contro voto, principalmente, per essere chiari). Mancando (per mille ragioni) la merce di scambio mancano i voti e aumenta l'astensionismo. 
Una seconda componente è data da quanti sono, indipendentemente da qualunque cosa accada, impermeabili alla partecipazione politica. Semplicemente ignorano la politica. E continueranno a farlo. 
Una terza componente, che alcuni studiosi considerano la componente crescente, è data dagli "sfiduciati", dai delusi. E' un blocco ideologicamente variegato ma unitario nell'azione (l'astensione elettorale). Ci stanno dentro ex centristi democristiani che detestano il berlusconismo e le sue varianti (renzismo). Ci sono ex militanti ed elettori dei partiti di massa di sinistra che non si sono riconosciuti né nelle varie evoluzioni del Pci (Pds, Ds) né in quella finale che ha visto la nascita del Pd. 
Ci sono individui che vorrebbero il ritorno del Duce e siccome non ne vedono individui all'altezza di quello che fu, non si mobilitano. 
E ci sono quelli che vorrebbero qualcosa ma non sanno cosa. 
Molti nuovi partiti in Italia puntano proprio su questo "popolo" per ottenere il successo desiderato. Anzi, praticamente tutti lo corteggiano offrendogli qualunque cosa possa farli tornare a votare (per loro).
 
L'attesa 
In fine, alla fine di tutto, numericamente e culturalmente, c'è il "popolo" della sinistra senza partito. Quelli che aspettano che succeda qualcosa di significativo e che non sono rassegnati. Qui, in questa terra desolata e semiabitata, ben peggio che altrove, regna il caos. Ogni testa un tribunale, ogni gruppo una verità. Spesso in polemica accesa tra loro al limite della lite vivono anarchici, comunisti (di quasi ogni credo), socialisti (residui lombardiani per lo più), ambientalisti movimentisti, cristiani che più che al pensiero di Don Sturzo di rifanno a quello di Marx, ecc. E però, divisi fino all'esasperazione, hanno un legame tra essi che pare indistruttibile. E' un legame che è ispirato da alcune idee base, che hanno fatto da sempre la sinistra con o senza Marx. La solidarietà (non la carità, quella è un'altra cosa) verso gli ultimi, l'idea che la giustizia sociale non sia un modo di dire ma una esigenza collettiva e che questa sia la sola garanzia a che le libertà degli individui siano reali e non formali, la ripugnanza verso ogni forma di discriminazione, il ribrezzo verso ogni forma di fascismo (ivi compreso quello liberista cioè quello del capitalismo consumista) e la convinzione che il destino dell'umanità possa essere diverso, migliore, rispetto a quello prospettato da Marcuse o Pasolini.
 
Potere al Popolo 
É questo il "popolo" di Potere al Popolo. É a chi lo compone che si è rivolto l'appello di qualche settimana fa del collettivo napoletano di "Je so' pazzo" e che sta riscuotendo un certo successo in parecchie parti d'Italia. E' un tentativo nuovo rispetto alle esperienze precedenti di unificazione del "popolo" di sinistra. E' nato da chi nelle piccole (e grandi) realtà locali vive e opera facendo volontariato, cultura, creando condizioni di vivibilità laddove scarseggiano. Ed è un tentativo duplice. Quello di ricostruire un tessuto diffuso di sinistra operante sul territorio coi fatti e quello di non rinunciare a rappresentare in Parlamento questo "popolo". 
Il programma politico di PaP non è rivoluzionario. 
É, dal punto di vista strettamente tecnico, un programma socialdemocratico: rinazionalizzare i settori industriali strategici, tornare a far fare allo Stato non un regolatore di ultima istanza del mercato ma un agente di intervento economico in difesa dei più deboli, ripristinare le protezioni sociali e collettive snaturate o distrutte da 30 anni di liberismo, avviare una nuova fase di europeismo e mondialismo che ridefinisca alla radice gli accordi internazionali che impongono il liberismo e, naturalmente, molto altro ancora. 
Eppure, nelle condizioni date di liberismo imperante e fascismo riaffiorante, il programma di Potere al Popolo è autenticamente rivoluzionario. E' il tentativo più genuino di organizzare, intanto, una resistenza comune contro il nemico (non l'avversario, proprio il nemico) liberista e fascista con una rappresentanza elettiva e, allo stesso tempo, il tentativo di presidiare il territorio con una rete che colleghi tutti coloro che si sentono parte della sinistra e che. intendono rafforzare o creare realtà operative nei settori più diversi (salute, cultura, istruzione). É quello che PaP chiama mutualismo (e che fu, più di un secolo fa, la chiave del successo dei partiti socialisti europei). 
E' un progetto e un programma allo stesso tempo dunque l'obiettivo di PaP. Forse debole, forse irrealistico, forse strutturalmente difficile da portare avanti, ma è qualcosa di serio. Di nuovo. Che dovrebbe godere prima di tutto del rispetto di chi si professa di sinistra e poi, possibilmente, del suo sostegno.
 
In conclusione 
A che e a chi serve Potere al Popolo, dunque? 
Serve subito, entro marzo cioè, a creare una trincea parlamentare. Un argine al montare nero e funereo del neo fascismo sotto altri nomi e al liberismo populista e non. Serve avere qualcuno in Parlamento che sostenga le battaglie locali e nazionali di civiltà con assoluta convinzione. 
Serve una opposizione parlamentere di sinistra, in altre parole, il più possibile numericamente incisiva che rallenti, ostacoli, boicotti in ogni modo le tragiche politiche liberiste e similfasciste che si prospettano. 
Serve a chi ha aspettato e non si è però rassegnato. 
A chi ha sperato di tornare ad avere un punto di riferimento politico e sociale. 
Serve a chi ha intenzione di impegnarsi nelle realtà locali per migliorare la vita di chi ci abita. 
Serve a chi non si rassegna ad essere un "uomo ad una dimensione". 
Serve, quindi, anche a chi non è di sinistra. Serve a chi ha a cuore la democrazia in questo paese.

domenica 3 aprile 2016

Le effimere pene di Renzi e il calcolo politico di Grillo

E' un brutto periodo per il conducator renzifonzi.
Ma passerà.
Da qualche mese ormai lui e il suo governo si trovano davanti ostacoli difficili da saltare che ne rallentano la corsa  verso il luminoso avvenire che le riforme -  fatte e promesse - dovrebbero garantire.

La rachitica crescita del Pil, al solito costantemente rivista al ribasso del già basso, non ha subito alcuna influenza dalla famosa misura degli 80 euro che avrebbe dovuto rilanciare i consumi di miliardi di italiani "medi". Oramai l'unica cosa che si ricorda di quel provvedimento è che si trattò di una mancia elettorale, dagli esiti positivi (per lui), comunque, visto che fece vincere il Pd alle europee col 40%.

La riforma del diritto del lavoro, con il job act, dopo un anno di trombe a festa che indicavano il successo delle misure che hanno riportato il libero licenziamento in Italia dopo un cinquantennio, sta fallendo miseramente visto che l'Istat ci comunica il crollo delle nuove assunzioni a partire dal gennaio di quest'anno. Semplicemente perché le regalie (gli sgravi fiscali) alle imprese che assumevano si sono ridotte e il prossimo anno cesseranno del tutto (prevedibile ondata di licenziamenti).

Sul fronte europeo continuano i tira e molla con la Commissione per quanto riguarda la legge di stabilità; tra qualche settimana dovremo sapere se il giudizio sospeso a novembre si trasformerà in una bocciatura o in una promozione (totali o parziali). E continuano anche le diatribe sull'accoglienza degli immigrati e sulla loro dislocazione. Ormai siamo in primavera, il tempo migliora e fra poco torneranno massicci i barconi e gli sbarchi, prevedibile un altro temporeggiare molto polemico e un nulla di fatto.

Sul versante internazionale renzifonzi non perde occasione per farsi selfie in ogni parte del mondo con amici e fan e per rivendicare che solo grazie a lui l'Italia ha ritrovato il posto che le compete nel consesso mondiale. Non si può negare il suo attivismo e la sua tenacia. Si può invece negare che questo suo attivismo stia producendo un qualunque risultato misurabile che non siano contratti per imprese. Ma, insomma, non è che Letta, Prodi o Berlusconi fossero meno capaci di lui di fare contratti con l'Egitto, la Libia (quando esisteva ancora) o le petromonarchie mediorientali.

Per quanto riguarda la politica interna propriamente detta le nuove equivoche amicizie necessarie alla sopravvivenza di questo "governo costituente" con i verdini indagati e ammaccati non garantiscono una duratura stabilità. Il gruppo verdiniano è un gruppo di democristiani pronti a tutto pur di salvare loro stessi. Come hanno abbandonato berlusconi potranno abbandonare verdini, e renzifonzi, se dovesse essere utile e necessario. Si cammina nella palude e il conducator lo sa benissimo e, infatti, si muove con circospezione, ma sempre di vita dura si tratta.

Se a tutto questo si aggiungono gli scandaletti legati alle leggine più o meno "ad personam" per parenti e amici di ministri e ministresse - tipo papà boschi e fidanzato gemelli - il quadro, a prima vista, dovrebbe molto preoccupare il nostro salvatore della patria.

Il quale, in effetti, sembra avere avuto in questi giorni una crisi di nervi tanto da volere querelare il grillo nazionale perché ha insultato il buon nome del Pd e dei suoi straordinari militanti. La cosa appare sciocca e controproducente perché se si dovesse davvero andare a giudizio nessun giudice savio potrebbe dare ragione a renzifonzi condannando grillo per una polemica politica del tutto insignificante. E infatti la crisi di nervi di renzifonzi non è dovuta agli attacchi grillini. E' dovuta a tutto quello che si è detto prima, cioè una sequela di fallimenti e al rischio, serio, che ad ottobre, cioè quando ci sarà il referendum costituzionale sulla riforma della madre della patria boschi, vinca il no certificando così la fine del suo governo e, si spera, anche della sua carriera politica (visto che ha promesso che se perde "va a casa").

Tutto sommato però, a ben vedere, la situazione non è così preoccupante per il conducator. Lui è un uomo che ama il rischio, il rialzo della posta ogni volta che si può, insomma un audace. E la fortuna aiuta gli audaci.
Se sta lì, al governo, da due anni è perché è stato un audace a partire dalla defenestrazione di letta junior. La sua maggior forza è la debolezza degli altri. Davanti a sé non ha una opposizione compatta, una forza alternativa alla sua in grado di prenderne il posto. Davanti a sè - in Parlamento ma anche nel paese - ha truppe sbandate (Forza Italia), drappelli di inferociti leghisti numericamente trascurabili, Fratelli e sorelle d'Italia in crisi familiare, una Sinistra (ex Sel, ex minoranze piddine) in perenne psicoterapia e dalla potenza d'urto pari a quella di un morto e una forza di opposizione compatta sì, ma ancora guardata con sospetto da buona parte dell'elettorato (il M5S), che vive di errori altrui più che di virtù proprie.

Questa situazione generale è, mi pare, assai favorevole al conducator.
Il quale invece ha dalla sua il suo carisma per dominare totalmente un "non-partito" come il piddì e una platea mediatica mainstream che riesce a convincere e rassicurare con facilità visto che questa platea è organicamente renziana e lo è da prima di renzi (leggasi democristiana-centrista-liberista).
La forza di renzi è che non c'è, agli occhi di quella parte di elettorato maggioritaria che si astiene, una alternativa a renzi. Costui in parlamento vive di alleanze effimere ma salutari basate sul "divide et impera" e nel paese è accettato come il male minore da chi non lo appoggia oppure come l'unico che ha le idee chiare (cosa vera questa) sul da farsi.
Pertanto se, come promesso, il M5S la prossima settimana porterà in Senato la mozione di sfiducia al governo il rischio che questo cada è contenuto. I numeri per affossarlo non mancherebbero, ma nessuno vuole andare ad elezioni anticipate adesso con il "Consultellum" (l'Italicum entra in vigore il primo luglio e vale solo per la Camera).

Paradossalmente quelli a cui non conviene andare ad elezioni adesso sono proprio i grillisti.
Questi qua puntano al governo, non vogliono stare ancora all'opposizione. E l'unico modo per andare al governo è la legge elettorale e annessa riforma costituzionale di renzifonzi.
Con quella legge elettorale, astensionisti o meno, andrebbero di sicuro al ballottaggio con il piddì renziano e, a quel punto, è un terno al lotto: non è detto che vinca renzi. Perdippiù con una Camera di nominati e un Senato inutile tutto sarebbe più facile per il duo grillo-casaleggio.
Perché dunque interrompere proprio adesso la difficile vita del governo renzi?
L'audacia renziana e il calcolo politico grillista continueranno a sostenere questo governo.
Almeno fino ad ottobre. Non si avranno molte sorprese adesso, credo, nemmeno con il referendum sulle trivellazione e neppure con una vittoria grillista a Roma cosa che è nell'aria, ma le prossime politiche saranno davvero entusiasmantissime quando molti di noi si troveranno a dovere scegliere tra renzifonzi e casalgrillo.

martedì 16 febbraio 2016

Verso l’oligocrazia: la riforma costituzionale del governo Renzi

 
Visti i tempi che viviamo, vale la pena tornare su argomenti già trattati, non tanto per ripetersi, quanto per evitare che quel poco di attenzione che sopravvive in alcuni per questioni fondamentali che attengono alla vita di tutti i cittadini di un paese si riduca o addirittura venga meno.
Tornerò quindi sull'argomento delle "Riforme costituzionali" con la certezza di ripetermi (vedi qui) e di ripetere cose dette da altri anche meglio di come le dico io ma con la stessa certezza che è meglio ripetersi e ripetere piuttosto che fare finta di niente.
 
Il divieto di mandato imperativo
 
Oggi vorrei prendere a pretesto - per parlare male della riforma di Renzi e soci - il divieto di mandato imperativo che la nostra attuale Costituzione garantisce. 
Io, per principio, sono contrario al mandato imperativo (o vincolo di mandato che dir si voglia). 
A mio modo di vedere un sistema è democratico se è basato sulla libera rappresentanza. E un sistema democratico di questo genere non può costringere un eletto a rispettare sempre e comunque né le indicazioni del partito nelle cui file è stato eletto né, eventualmente, il programma di questo, né - se non è stato eletto con un partito - il programma o le promesse che ha fatto agli elettori del suo collegio. 
Ci sono tante ragioni per sostenere questa opinione e tutte affondano le radici nella storia almeno a partire dall'epoca di Sieyès. 
Una di quelle che trovo più ragionevoli è questa: le assemblee elettive e universalmente rappresentative sono il luogo massimo della discussione, del compromesso e della mediazione. 
Lo scontro politico non è uno scontro militare nel quale vince chi ha più armate o è più strategicamente capace. In teoria - ma anche nella pratica - lo scontro politico, nel caso della democrazia rappresentativa, si risolve nella mediazione di posizioni differenti se non opposte. 
Ma se c'è mediazione e compromesso allora le posizioni iniziali cambiano e se cambiano vuol dire che deve esistere libertà di cambiare. Può cambiare la posizione di un partito, ovviamente, ma può e deve cambiare anche la posizione di un singolo eletto.  
 
Alcune condizioni per potere parlare di democrazia rappresentativa 
 
Tutto questo è vero però se esistono certe condizioni e, almeno, le seguenti:
  1. il numero degli eletti in una assemblea legislativa è sufficientemente alto da rappresentare tutti gli interessi che esprimono i membri una comunità;
  2. gli eletti non debbono essere sottoposti a nessuna influenza (minacce e corruzione in primis) e il loro cambio di opinione su questioni singole o su un complesso di questioni deve essere frutto del loro libero ragionare;
  3. il governo non può (salvo casi specifici) legiferare al posto dell'assemblea rappresentativa.
Ora, purtroppo, le moderne democrazie rappresentative stanno andando tutte in una direzione che nega questi tre elementi per me sostanziali. Peraltro alcuni paesi, ad esempio gli Usa, sono già da tempo fuori da questi parametri e pertanto, per quanto mi riguarda, non sono democrazie. 
Comunque, torniamo all'Italia. 
Qui la riforma costituzionale ed elettorale del governo Renzi va esplicitamente e convintamente nella direzione opposta a quella dei principi prima ricordati: riduce il numero di parlamentari, rafforza enormemente l'esecutivo con una legge elettorale che trasforma una minoranza di elettori in una maggioranza parlamentare schiacciante agli ordini del partito vincitore e riduce la libertà degli eletti in quanto costoro vengono inseriti nelle liste delle varie circoscrizioni a partire dalle decisioni dei vertici di partito. In questo modo gli eletti sono "minacciati" di non essere rieletti, cioè ripresentati nella lista, se non si attengono alle direttive che il partito o il leader carismatico del partito impartisce.
 
Partiti monocratici, lobbies e paure 
 
Ma c'è di più. 
Oggi i partiti, almeno quelli maggiori, tendono a diventare "monocratici" (se non lo sono già) cioè mancano di una struttura sul territorio in grado di controllare il vertice. E' il vertice del partito che controlla tutto e decide tutto. 
Il che significa che se qualcuno esterno dovesse in qualche modo riuscire a controllare il vertice del partito che vince le elezioni di un paese (ad esempio con minacce o con denaro o con entrambe le cose) di fatto controllerebbe quel paese. 
A questo occorre aggiungere che il grado di permeabilità ad interessi economici corposi (lobbies) dei partiti e quindi delle assemblee legislative è sempre maggiore. 
Lo vediamo negli Usa dove si possono candidare alla Presidenza o al Senato o al Congresso, nella maggioranza dei casi, solo benestanti generosamente finanziati da soggetti privati e lo vedremo presto in Italia dove il finanziamento pubblico dei partiti si sta riducendo sempre più per lasciare spazio al finanziamento privato "volontario". 
In casi come questi gli eletti non rispondono agli elettori, ma ai finanziatori. Naturalmente non sono solo i soldi ad influenzare leader, partiti, elettori e candidati. 
Possono essere mille altre cose. 
Ad esempio la paura sociale (dell’immigrato musulmano, dell’ebreo, del sovversivo, ecc.) che si trasforma in violento nazionalismo di massa (come successo già) oppure il carisma di un leader mezzo pazzo che affascina le masse (s'è verificato pure questo) e altro ancora. 
L’elemento dunque della permeabilità del partito monocratico agli interessi economici organizzati o alle paure di massa deforma completamente la struttura di una “democrazia” lasciando il posto ad un suo simulacro che non è più controllato dagli elettori (e, prima, dagli attivisti di partito se esistono) se non formalmente e, quindi, per nulla controllato. 
Nel migliore dei casi ci si troverà davanti una oligocrazia e nel peggiore una autocrazia.
 
Ripristinare il mandato imperativo 

Stando così le cose, come si vede, il divieto di mandato imperativo, è stato aggirato e perciò ripristinato di fatto anche se non di diritto.
E su questo equivoco, sulla finta libertà dell’eletto, viene di fatto instaurato un nuovo regime che democratico e rappresentativo non è più.
Gli eletti, pagati da qualche gruppo finanziario potente oppure minacciati dal vertice del partito, hanno una autonomia parlamentare ridotta se non nulla. Di per sè, in queste condizioni, è perfino inutile pure avere un Parlamento. Anzi è una spesa superflua che va tagliata.
 In un sistema del genere basterà eleggere un solo capo, una volta ogni tot anni, e deciderà lui cosa fare, come, con chi e per chi.
Se piace verrà rieletto, se non piace si cambia (ma non è detto che si possa cambiare più, comunque).
Ecco, io penso che una riforma della Costituzione come quella del governo Renzi sia un passaggio intermedio che ci condurrà verso una oligocrazia o una autocrazia da qui a qualche anno.
Una riforma autoritaria nello spirito e nei fatti che lascerà pochissimi margini di autonomia alle assemblee rappresentative e che produrrà un altro Stato, l'ennesimo, governato da potentati economici abbastanza poco democratici e poco attenti agli interessi comuni.
Una oligocrazia, insomma.
Se va bene.
Perché c'è pure il rischio che vada male e che arrivi al potere qualche invasato megalomane che, peraltro, già circola in questo paese (e anche in altri veramente), cioè una autocrazia.
A questo punto, se così si metteranno le cose, credo che dovrò cambiare atteggiamento rispetto al vincolo di mandato.
Probabilmente il divieto di mandato imperativo va abolito.
Abolendolo, almeno in teoria, si avrà la soddisfazione (nient'altro che morale ma almeno quella ci sarebbe) di votare qualcuno cui si chiede di attenersi solo ed esclusivamente alle indicazioni che riceve dal suo elettorato e se non lo fa decade.
Per cui uno potrà votare un tizio che punta allo smantellamento della nuova Costituzione autocratica con la buona speranza di vedergli fare quello che ci si aspetta.
In alternativa, con molta probabilità, si potrà godere lo spettacolo della fucilazione pubblica e in diretta tv del dissidente che, in tempi di spettacolarizzazione mediatica spinta, sarebbe un buon diversivo alla routine televisiva cui ci siamo abituati.

Votate no al referendum (se ci sarà).
http://coordinamentodemocraziacostituzionale.net/

sabato 5 settembre 2015

Razzismo e paura sociale. Un distinguo


1. Il razzismo
Il razzismo è una cosa molto seria.
È una ideologia, cioè una visione del mondo basata su concetti più o meno astratti e più o meno sofisticati, che "spiega" il perché di alcuni fenomeni sociali, ne individua le ragioni, fornisce soluzioni. Fa, il razzismo, quello che fa qualunque altra ideologia o religione (pur'essa una ideologia): interpreta il mondo.
Il razzismo non è una ideologia che trova sostenitori solo tra le fasce di popolazione più ignoranti e culturalmente chiuse. Per niente. Storicamente è sempre stato una ideologia trasversale che si è radicato nel sottoproletariato come tra la colta borghesia.
La sua idea base è che le popolazioni umane non siano tutte uguali ma che esista, al contrario, un ordine gerarchico dove le popolazioni umane si posizionano in base a criteri variabili ma che, nella sostanza, tendono sempre a stabilire una graduatoria, dall'alto verso il basso. Non esiste un solo criterio per definire la scala gerarchica, naturalmente. Di volta in volta, a seconda di dove l'ideologia razzista viene insegnata e praticata, può essere il colore della pelle, la religione, gli usi e costumi che alcuni gruppi etnici praticano, tutto questo e molto altro ancora variamente miscelato.
Il razzismo è discendente e ascendente. Cioè guarda verso l'alto e verso il basso. L'atteggiamento del razzista non è quello della repulsione verso la popolazione considerata inferiore o superiore. È, nel caso degli di razzismo verso gli "inferiori" quello della dominazione. Nel caso di razzismo verso i "superiori" la complicità, il desiderio di essere accettato. Salvo il caso, naturalmente, in cui il razzista si consideri facente parte della popolazione in cima alla scala.
Dunque per essere davvero razzisti occorre possedere un certo numero di informazioni, vere o false che siano, una discreta capacità di elaborazione intellettuale e la convinzione che le informazioni possedute e la logica che le tiene assieme siano vere, verificate e, in linea di principio, sempre verificabili.
Il razzismo è pertanto un fenomeno politico e della specie più strutturata: è ideologia.

2. La paura
Cosa ben diversa è la paura sociale. Cioè il sentimento di timore che una parte consistente di individui manifestano nei confronti di fenomeni sconosciuti o poco conosciuti ma considerati, complessivamente, a torto o a ragione, una minaccia alla propria sicurezza o alla propria tranquillità sociale e individuale.
La paura sociale si manifesta sempre attraverso la repulsione. Si respinge cioè il fenomeno col quale si viene in contatto o si scappa da questo per il timore che possa essere nocivo, al limite mortale.
I fenomeni che generano paura sociale sono quasi sempre fenomeni di grande cambiamento: politico (l'ascesa di partiti considerati pericolosi, di destra o sinistra che siano), economico (le crisi che determinano disoccupazione, malessere sociale), culturale (la richiesta di liberalizzazione delle droghe, lo sviluppo di tecnologie che stravolgono le abitudini consolidate) e demografico (l'immigrazione).
La paura sociale non è una ideologia. Non ha una visione del mondo organica e strutturata. E' semplicemente un sentimento. Certo, allo stesso modo delle ideologie attecchisce trasversalmente. Si impossessa del sottoproletario analfabeta, come del borghese colto, come dell'intellettuale esterofilo ma, a differenza dell'ideologia, la paura è, come tutti i sentimenti, variamente esposta alle contingenze individuali e sociali che vengono percepite o fatte percepire. E' mutevole, è instabile, è camaleontica e, il più delle volte, non sfocia in azioni politiche (cioè pianificate e coordinate) ma in episodi spontanei considerati di difesa in un certo momento e in un certo luogo: la fuga, l'atto violento, la sottomissione.

3. La paura usata per fare politica
Masse di popolazione che sono pervase da sentimenti sociali forti negativi (paura, odio) sono, come noto, più facilmente esposti alle manipolazioni politiche di qualcuno che freddamente pianifica azioni collettive mirate a raggiungere scopi specifici. L'indifferenza, l'apatia, non generano interesse verso qualcosa, la paura, l'odio, il risentimento sociale, sì. E se qualcuno offre risposte a questi sentimenti è facile che le risposte vengano prese sul serio. Senza rifletterci molto se vengono percepite come rassicuranti e risolutive del problema che genera il sentimento.
E' in fasi in cui le società sono attraversate da grandi sentimenti sociali forti (specie la paura e l'odio) che alcuni individui, politicamente esposti, vengono considerati o il capro espiatorio o, all'opposto, il salvatore della patria. Con tutto quello che situazioni del genere comportano.

4. Cosa sta succedendo in Italia e in Europa
Stiamo assistendo, ormai da almeno tre decenni, a grandi cambiamenti politici, economici e demografici in Europa e in Italia. Tutti e tre questi fenomeni tengono banco alternandosi - a seconda dell'enfasi che i media di massa vi rivolgono - periodicamente e generando sentimenti diffusi di paura, frustrazione, scontento.
Per quanto riguarda uno di questi tre fenomeni, l'immigrazione, io non sono molto propenso a credere che, in generale, gli italiani stiano scoprendosi razzisti nel senso ideologico che ho evidenziato prima. Sono molto più disposto a credere che questa generica ondata di accuse, minacce, tentativi di linciaggi, stomachevoli affermazioni rese sui social network siano più che altro dovute alla repulsione verso un fenomeno percepito come minaccioso. Siano, cioè, paura sociale.
Paura della diversità, paura del perdere il proprio lavoro, paura per la sicurezza personale, paura per una situazione che viene giudicata incontrollabile e incontrollata. Non importa quanto reali siano queste paure. Importa quanto seriamente vengano percepite.
E' una cosa totalmente diversa dal razzismo, sebbene possa essere usata per fare razzismo e potrebbe sfociare nel razzismo (e vi sfocia anche in taluni casi, vedi l'uso schiavistico che viene fatto di molti immigrati di colore, e non solo, nelle piantagioni agricole di molte parti d'Italia).
E' razzismo, vera ideologia, invece quella che in alcuni casi si manifesta in alcuni paesi d'Europa. Paesi storicamente colonialisti, quindi permeati (si studia a scuola, fin dai primi anni, in paesi come la Francia o la Gran Bretagna, il colonialismo come fenomeno di civilizzazione di popolazioni primitive e "selvagge") da una ideologia fondata sulla superiorità culturale che diventa superiorità razziale (la pelle bianca contro quella scura). Oppure paesi con tradizioni storiche dominanti (la Germania, alcuni paesi nati dallo smembramento dell'Impero asburgico).
Non è propriamente razzismo neppure quello che esiste in alcuni paesi europei la cui storia è segnata dalle dominazioni di paesi vicini (paesi baltici, Polonia). Questi paesi tendono a sviluppare politiche di autonomia rispetto ai paesi vicini che li hanno dominati per secoli - o per decenni - e vedono nell'immigrazione di massa (vera, presunta o potenziale) un indebolimento dell'identità nazionale e dell'autonomia politica e quindi una possibile maggiore esposizione agli appetiti di paesi vicini considerati paesi ostili (Russia, Germania).

5. Come distinguere un razzista da uno che ha paura
Non è una operazione particolarmente complicata.
I due profili idealtipici hanno parti che si sovrappongono, ma le due figure non coincidono mai.
Un razzista ha una discreta conoscenza della storia del paese in cui vive, tende a dare a questa storia una aurea di santità, di superiorità, di grandezza. Considera il suo paese un organismo vivente dotato di un'anima, di uno spirito che resiste nei secoli indistruttibile benché malmesso a volte. Parla di "popolo", di "patria", di "civiltà" messi in pericolo dallo "straniero" in genere selvaggio, primitivo, violento. E inferiore. Per destino. Senza possibilità di riscatto. Condannato ad essere inferiore per sempre e dominato per sempre.
Un individuo pervaso dalla paura sociale non arriva a questi livelli di sofisticazione intellettuale. Non perché sia cretino. Semplicemente non gli interessano questi ragionamenti. E' un signore che vive del suo quotidiano, che sia brillante o che sia miserabile. Ma che si sente minacciato. Minacciato di perdere, in favore non degli "stranieri" ma degli "estranei", quello che ha. Poco o molto che sia. Se si avventura in discussioni storiche o sociologiche non ha argomentazioni da proporre che non siano slogan insensati, frasi fatte, luoghi comuni. Dimostra grande disinteresse per tutto quello che si oppone alle sue paure ed accetta solo soluzioni radicali che lo rassicurino. Che sono quelle tipiche che tendono a ridurre il peso della paura: repulsione, fuga, violenza, rassegnazione.
Allo stato dei fatti, per l'esperienza diretta che ho delle cose di cui sto parlando e per quel poco di informazioni storiche, sociogiche ed economiche che ho in possesso, mi sono convinto, pertanto, che il periodo storico che stiamo vivendo non è, almeno non Italia,  attraversato dal razzismo. Invece dalla paura sociale sì. Da quest'ultima questo paese, e non solo questo, è non solo attraversata, ma permeata.

6. FAQ (frequently asked questions)
1) La paura può diventare razzismo?
Sì. A condizione che la politica, cioè gruppi o personaggi politici, lo decidano e indottrinino chi ha paura.

2) La paura può divenire fattore di instabilità sociale in un intero paese? 
Sì. Dipende in larga parte dalle decisioni della politica e da come i fatti vengano trattati dai media di massa.

3) Come si può evitare che la paura degeneri in malessere sociale, in razzismo, in violenza generalizzata? 
La risposta sarebbe troppo lunga. Ne parliamo un'altra volta.

4) qualche consiglio su cosa leggere su argomenti che riguardano la paura sociale e le possibili soluzioni?
Sì. "Il demone della paura" di Zigmund Bauman. Saggio piccolo ma esauriente, alla portata pure degli analfabeti funzionali e suggerisce anche qualche soluzione.

sabato 1 agosto 2015

SETTE LEZIONI "CRITICHE" E LA TEORIA DEL MENO PEGGIO


A otto anni dall'inizio della Grande Crisi del nuovo millennio credo si possa fare un breve sommario dei principali effetti, diretti e collaterali, che questa ha comportato per un pezzo di mondo (quello dell'Europa Occidentale in primis) dal punto di vista economico, sociale e politico.
Ho chiamato questo sommario "lezioni" ma è solo un promemoria senza pretese di completezza, giusto per riepilogare alcune cose (tra le tante) riepilogabili.
  1. la Crisi nasce negli Stati uniti come collasso del sistema finanziario privato dovuto all'ennesima bolla immobiliare. Banche dedite al prestito facile, alle stregonerie mobiliari (CDS, subprime, ecc.), agli investimenti d'azzardo e via dicendo crollano sotto il peso di crediti inesigibili e falliscono - creando disoccupazione, distruzione di ricchezza privata, impoverimento di milioni di persone - oppure (nella maggior parte dei casi) vengono salvate dalle finanze pubbliche, cioè dallo Stato, attraverso tassazioni supplementari per i propri cittadini o (come nel caso statunitense) attraverso una super produzione di moneta. Questo tipo di crisi, per effetto dei legami sempre più forti e intricati a livello mondiale tra gli istituti di credito privati, si trasferisce in Europa rapidamente. Nel frattempo manager e dirigenti a vario titolo di banche che avevano provocato direttamente e indirettamente con le loro dissennatezze e le loro frodi di massa il tracollo del sistema, piuttosto che essere fucilati in luogo pubblico ed accessibile a tutti vengono premiati con "superbonus" e/o addirittura diventano ministri (esemplare, e non unico, il caso di Henry Paulson, ex amministratore delegato di Goldman Sachs Group e Ministro del Tesoro del secondo governo Bush durante i primi anni della crisi);
  2. In Europa la crisi finanziaria privata, attraverso una serie di giochetti politici e attraverso una propaganda liberista particolarmente bene organizzata, massiccia e, aggiungerei, violenta, viene trasformata in Crisi del sistema. Cioè nella pesantissima messa in discussione dei principi fondanti del sistema sociale che va sotto il nome di Welfare State e che ha caratterizzato l'impianto sociale, economico e politico di tutta l'Europa occidentale dal secondo dopoguerra in poi. In Europa si assiste ad un micidiale attacco ideologico contro alcuni dei cardini di questo sistema. L'attacco è principalmente rivolto:
    a) al principio del debito pubblico quale elemento di redistribuzione della ricchezza associandolo all'idea di spreco e corruzione (sempre e in qualunque momento, senza eccezione alcuna);
    b) al principio della protezione della parte più debole nella contrattazione di lavoro (in Italia lo smantellamento dello Statuto dei lavoratori) spacciando tale attacco come elemento di innovazione, di progresso, di allineamento agli standard mondiali;
    c) al principio dell'intervento dello stato nell'economia - considerato dannoso, elefantiaco e inefficiente - messo in atto con una massiccia - ennesima - ondata di privatizzazioni in ogni settore economico di profitto e di non profitto sostenendo che solo un sistema economico totalmente privatistico garantisce efficienza, ricchezza generalizzata e molto altro ancora.
  3. La Crisi produce effetti sociali di diseguaglianza di straordinario rilievo.
    Dopo decenni in cui - per effetto della tassazione principalmente e per la presa in carico dello Stato di una serie lunghissima di oneri sociali considerati diritti (scuola, sanità, ecc.) - si è assistito ad una diffusione generalizzata di benessere economico e sociale, la tendenza si inverte e si assiste ad un fenomeno nel quale fasce sempre più larghe di popolazione si impoveriscono ed élites molto ristrette si arricchiscono (o aumentano spropositatamente la loro ricchezza). Un drenaggio di risorse dal basso verso l'alto continuo e consistente registrato, oltre che ad occhio da tutti, perfino dagli scribi di istituzioni internazionali a vario titolo rappresentative del liberismo dominante (si veda il recente rapporto dell'Ocse sintetizzato qui);
  4. La Crisi ha conseguenze politico-ideologiche - e non solo economiche - estremamente profonde. In pratica le già poco consistenti differenze di politiche economiche tra partiti conservatori e progressisti (almeno a partire dagli anni '80 del XX secolo in poi) si annullano completamente.
    In entrambi gli schieramenti, in tutta Europa, domina una ideologia unica, uniforme e tassativa di tipo liberista che assegna alle virtù taumaturgiche del "mercato" la risoluzione di ogni problema di ordine economico e sociale o quasi. Più concorrenza, più privatizzazioni, più flessibilità nel "mercato" del lavoro, meno spesa sociale, meno controlli nel settore creditizio, meno programmazione economica, diventano slogan dominanti e pratiche politiche pressoché incontestabili e incontestate. Inutile fare notare che è stato proprio il "mercato" - e non lo Stato - a produrre il disastro mondiale del 2007/2008. Ormai la retorica dello Stato come "male assoluto" è universalmente accettata. Prova ne sia il fatto che, a parte insignificanti eccezioni (Grecia del 2015 compresa), tutte le tornate elettorali avute in Europa in questi otto anni hanno assegnato ad uno dei partiti del blocco ideologico liberista (che sia chiamato conservatore o progressista non importa) la maggioranza dei voti. E laddove uno dei partiti non ha ottenuto la maggioranza, i due partiti (o le principali formazioni che condividono l'impostazione liberista) governano assieme in quelle che vengono chiamate "Grandi Coalizioni". Primo esempio tra tutti la Germania e, a seguire, nei fatti anche se non nella forma, l'Italia che ha una maggioranza al governo composita ma totalmente riferibile all'area ideologica liberista.
  5. La Crisi ha prodotto in Europa, nella sostanza e nella prassi anche se non nella forma, una accelerazione del processo di trasferimento di sovranità degli Stati verso istituzioni esterne. In particolare una istituzione non politica, la Banca Centrale Europea, ha, fuori da ogni mandato, assunto una posizione dominante in termini di indirizzo politico verso tutti i paesi dell'area Euro, dissimulato da politiche economiche e monetarie considerate "obiettive", "necessarie" e le "sole possibili". La creazione di fondi europei "salva banche" (variamente denominati), le indicazioni di principio (pareggio di bilancio, privatizzazioni, ecc.) trovano nella BCE il suo principale suggeritore e attore sia direttemente nei confronti degli Stati aderenti all'Euro, sia nei confronti dei due principali organi legislativi dell'Unione (Commissione europea e Consiglio europeo).
    La lettera della BCE (e della Banca d'Italia) , indirizzata in via riservata al governo italiano presieduto da Berlusconi nel 2011, segna - formalmente anche se non sostanzialmente - l'inizio dell'ingerenza di una istituzione "non politica" nella politica degli Stati europei e il rapido trasferimento di sovranità (e di risorse economiche) dagli Stati verso il supergoverno finanziario rappresentato dalla stessa BCE.
  6. La Crisi ha mostrato, con una chiarezza esemplare, che esiste un dominio pressoché totale dei mercati finanziari sui governi nazionali. La ragione di quest'altro trasferimento di sovranità è da ricercare nel cosiddetto "divorzio" (o autonomia) delle Banche centrali nazionali dai governi (per il punto di vista dell'esecutore materiale di questo "divorzio" in Italia, Beniamino Andreatta, si veda qui). Nella pratica, dagli anni 80 in poi, quasi tutti i paesi europei hanno adottato il principio secondo il quale la Banca centrale cessa di essere "prestatore di ultima istanza". Cioè a dire questa non ha più nessun obbligo di acquisto dei titoli di Stato emessi da un Governo per finanziare la spesa pubblica (che è sostanzialmente fatto di due cose: imposte e debito attraverso titoli finanziari come Bot, BTP ecc.). Gli stati sono pertanto "costretti" a vendere sul mercato finanziario privato i loro titoli diventando debitori verso strutture finanziarie private e quasi sempre straniere nel frattempo ingigantitesi e divenute potentissime (società di Fondi di investimento, Banche e tutto il resto della baracca). Questo comporta l'esposizione finanziaria di uno Stato verso enti esterni pressoché totale e una dipendenza da questi che viene chiamata, a seconda dei casi, "credibilità internazionale", "solidità economica" o altri eufemismi ridicoli del genere.
    In queste condizioni, uno Stato è obbligato, ogni volta che i "mercati" (cioè i principali suoi creditori) lo decidono, a seguire le indicazioni degli stessi che, poco incredibilmente, sono indicazioni quasi sempre tassative, di stampo liberista e si servono della più potente arma di coercizione dopo la bomba atomica: la minaccia del mancato finanziamento del debito statale.
  7. La Crisi lungi dal produrre una critica riflessione politica sul modello di sistema economico occidentale (ma oramai universale, poiché accettato, condiviso e praticato in ogni angolo del mondo) basato sul capitalismo della crescita infinita e del consumo ossessivo-compulsivo, ha rafforzato l'idea dominante che oltre questo capitalismo non vi sia null'altro tranne che la morte o il ritorno all'età della pietra. In pratica il principale soggetto ideologico del sistema, il "mercato", è assurto allo status di divinità unica e fondante della civiltà umana. Il famoso comandamento "Non avrai altro dio all'infuori di me", al momento e nei fatti, non si riferisce più al dio degli ebrei o dei cristiani, ma al dio "mercato".
    Nel dibattito politico ed economico lo scontro, infatti, non è sul modello di base (capitalistico consumista ossessivo-compulsivo), ma sulle politiche più idonee a conservarlo, a garantirlo, a salvarlo da sé stesso e a meglio affermarlo. Da una parte gli oltranzisti dell'"austerità" liberista e dall'altra i poco creduti "non ortodossi" sostenitori dell'idea che il capitalismo attuale possa essere salvato solo da dosi massicce di interventismo pubblico (grandi opere, grandi infrastrutture, grandi investimenti industriali, ecc.). L'idea che il sistema stesso possa eventualmente essere superato o radicalmente cambiato è patrimonio di piccole "sette" e movimenti radicali che vanno dagli spartachisti ai decrescizionisti e che sono accomunati da un'unica cosa: il non diritto di cittadinanza (o quasi) nel, flebile, dibattito in corso sui mass-media.
Una conclusione sommaria.
In queste condizioni di radicato monoteismo mercatista, diffuso oltre l'immaginabile tra l'elettorato (il popolo dei fedeli) e tra le classi dirigenti (la classe sacerdotale), non vi è alcuno spazio per pensare che le cose possano essere cambiate in profondità attraverso l'alternanza di forze "radicali" al potere quand'anche queste dovessero, per azzardo, prevalere.
Poiché perfino le forze politiche considerate più "estremiste" al governo - o candidate a governare - in alcuni paesi europei (Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, M5S in Italia) mai hanno messo in discussione il sistema capitalistico consumista ossessivo-compulsivo. Hanno cercato, e cercano, al massimo, di temperare le spigolosità maggiori del sistema stesso.
Il che, nelle condizioni date, è già una fortuna.
E' il "meno peggio". Ma, almeno, esiste.

venerdì 5 giugno 2015

IL POPOLO MINORENNE E IL NUOVO LEVIATANO

E' ormai una moda quella che hanno messo su i governi di mezzo mondo di fare trattati
segreti o "riservati" se si preferisce. Non si fa a tempo a capire cosa è il TTIP o il TTP che subito ne salta fuori un altro: il TISA (ne ha parlato L'espresso qui e qui).
Sono trattati, accordi, internazionali nel segno della liberalizzazione degli scambi di merci e prodotti finanziariari (TTIP) e accordi internazionali nel segno della liberalizzazione, della privatizzazione, della "deregulation" nel settore dei servizi (TISA). Tutti i servizi: quelli sanitari, quelli dell'istruzione, quelli dei trasporti, quelli assicurativi e perfino quelli militari. Compreso, naturalmente, il "servizio/merce" lavoro. Cioè la possibilità di servirsi di operai, professionisti, consulenti e quant'altro senza che vi siano barriere legate, ad esempio, ai contratti collettivi nazionali di lavoro o alle legislazioni, poco "globalizzate", dei paesi aderenti al trattato.
Dovrebbe essere chiaro a tutti che trattati di questo genere intervengono radicalmente nella vita di ogni singolo cittadino di ogni paese che aderirà a questi accordi. E dovrebbe essere altrettanto chiaro a tutti che la mancanza di discussione pubblica, di conoscenza su questi accordi è non una limitazione della democrazia ma il suo annullamento, la sua liquidazione quale che sia la motivazione che ci sta dietro.
Le trattative supersegrete relative a questi trattati sono nelle mani dell'Unione Europea, degli Stati uniti e di parecchi altri paesi occidentali. Almeno teoricamente. Più realisticamente sono nelle mani delle grandi multinazionali e dei grandi gruppi di interesse internazionali che, per interposta persona (cioè attraverso i governi dei paesi in trattativa), decidono come il mondo dovrà essere da qui a qualche anno. Tanto per dire: uno dei principali soggetti che ha pressato governi, parlamenti e parlamentari acché si promuovesse il TISA è la Coalition of Services Groups. Un gruppo di pressione statunitense impegnatissimo da un trentennio nelle politiche di globalizzazione e che include al suo interno membri quali IBM, Google, Citigroup, Walt Disney, Microsoft, JP Morgan. Insomma il gotha del potere economico, finanziario, tecnologico oggi esistente.
Indipendentemente dai contenuti - in ogni caso inquietanti almeno per me - dei trattati di cui si parla, due sono gli elementi significativi, dal punto di vista politico, di queste operazioni.
Il primo è proprio quello cui si accennava prima: la segretezza delle trattative e dei trattati.
Il TISA prevede che non solo il trattato sia segreto e segreto debba rimanere, nel caso di approvazione, per almeno cinque anni, ma che anche le trattative, se non si concludono positivamente, debbano rimanere segrete per lo stesso periodo di tempo.
Il perché di questa segretezza è evidente. Il popolo è minorenne come diceva nel celebre monologo Gian Maria Volonté nel film di Elio Petri "Indagine su un cittadino al si sopra di ogni sospetto". E come tutti i minorenni, magari pure minorati, il popolo potrebbe fare i capricci: organizzare manifestazioni di piazza con dentro i no-global pronti a imbrattare e rompere le vetrine delle banche o dei mac donald's, votare per partiti contrari ai trattati segreti, insomma si potrebbero creare situazioni seccanti che nuocerebbero al buon ordine della civiltà dei consumi. Pertanto meglio mettere tutti di fronte al fatto compiuto dicendo poi, quando l'ultimo degli ospedali pubblici diventerà una clinica privata, che "ce lo chiede l'Europa" nel nome del progresso, della ripresa economica e del benessere di pochi che coincide con la minchioneria di tutti.
Il secondo elemento che va segnalato è la sostituzione di quella cosa che chiamiamo Stato democratico con un insieme di regole definite da multinazionali che, come tutti sanno, non sono strutture democratiche ed elettive ma strutture sociali gerarchiche organizzate sul potere economico e sulla capacità che hanno di produrre non benessere collettivo ma profitto privato.
Hobbes nel suo "Leviatano" indicava lo Stato come il mostro cui ciascun individuo cedeva una parte della sua libertà per potere vivere in sicurezza e pace. L'atto era volontario ed era un male necessario per evitarne un altro ben peggiore: il caos e la violenza di tutti contro tutti.
Oggi il nuovo Leviatano non è più lo Stato. Sono i grandi imperi finanziari, economici ed industriali che usano gli Stati per trovare accordi che non solo proteggano i loro interessi e i loro profitti, ma li amplifichino e li rafforzino. Il problema è che a questo nuovo Leviatano nessuno ha ceduto volontariamente alcuna parte della sua libertà. Semplicemente se l'è presa. Né vi è garanzia che questa cessione di libertà porti ad una pace e sicurezza maggiori rispetto al passato. In compenso questa cessione di libertà è, almeno da punto di vista della percezione, ampiamente ricompensata con un consumismo di massa sempre più scintillante, sempre più futuristico, sempre più fascinoso. Ed è sorretto da una idea di fondo ormai passata in giudicato: che solo la concorrenza, solo la competizione possano assicurare a tutti il meglio. Non vi è più posto in una concezione del mondo di questo genere per la solidarietà (che è sostituita dalla carità volontaria, altrimenti detta beneficienza, da parte dei supermiliardari di turno), né per l'inclusione sociale che è sostituita da questa idea finto darwinista della "meritocrazia" che altro non è - nella pratica - che premio per chi è più cinico e spregiudicato e più "resistente" ad un mondo fatto di legge della giungla e del più forte. Ne v'è più spazio per la partecipazione politica che è delegata agli "esperti", ai "tecnici" provenienti dalle fila delle multinazionali, ovvero ai politici al servizio di questi.
E' il ritorno al passato tutto questo. E' la vera unica e sola "antipolitica". E' l'annullamento di ogni forma di democrazia e il trionfo dell'oligarchia. E' il ritorno al sovrano assolutista fintamente illuminato. E' il ritorno al re, al Leviatano, padre e padrone che si occupa, quando ha tempo e come dice lui, del suo popolo.
Minorenne e minorato.
Però contento e con poco tempo per informarsi. Perfino quando le informazioni gliele sbattono in faccia (L'Espresso, non un samizat di anarco-insurrezionalisti, vi ha dedicato spazio e  titoli di copertina).
Il popolo, minorenne e minorato, è indaffaratissimo a guardare partite di calcio in tv, comprare il comprabile salvo bestemmiare se non può comprarlo, lamentarsi dei politici ladri e osannare i politici servi a forza di tweet.
E' tutta lì, nei tweet, la nuova frontiera della partecipazione (anti)politica. Quella che piace al nuovo Leviatano.

Il TISA nei documenti di Wikileaks
La Coalition of Services Groups
Uno dei testi del TISA